Alluvione del 2013 a Tiria, inchiesta con tre indagati

Conclusioni degli inquirenti per i danni causati dall’alluvione del 2013 Per la procura sono responsabili un tecnico della Provincia e due professionisti

ORISTANO. Il Rio Zeddiani non è certo il Po. Per la maggior parte dell’anno è poco più che un rivolo d’acqua e spesso, quell’acqua, nemmeno c’è. Il 18 novembre del 2013, giorno del Ciclone Cleopatra, divenne però un torrente. L’alluvione fece i danni maggiori e, purtroppo le vittime, a Uras e Terralba, ma anche a Tiria i problemi non mancarono. Campi invasi dall’acqua, bestiame minacciato, scantinati allagati furono il quadro di una giornata di paura alle porte di Oristano.

Sembrava però che dal punto di vista giudiziario e delle responsabilità tutto si dovesse risolvere con un solo colpevole ovvero la natura che quel giorno era stata particolarmente feroce nel suo manifestarsi. Invece no, a quasi tre anni di distanza dall’alluvione un fascicolo d’indagine frutto di un esposto presentato per conto di alcuni residenti della borgata dall’avvocato Marcello Sequi si è chiuso e ora a rischiare una richiesta di rinvio a giudizio sono in tre: il funzionario della Provincia, Marco Manai, e i professionisti Antonio Dessì e Armando Unti.

L’indagine affidata dal sostituto procuratore Paolo De Falco alla sezione di polizia giudiziaria del Corpo Forestale e di vigilanza ambientale ha individuato il vero punto critico di quel drammatico 18 novembre. I problemi per Tiria si generarono nel luogo in cui il Rio Zeddiani incontra un piccolo ponte stradale. In presenza di piogge torrenziali, sino a qualche anno fa, l’acqua scavalcava la sede stradale consentendo al fiumiciattolo di sfogare la sua furia. Secondo la perizia dell’accusa, una modifica al percorso e l’aver ingabbiato il Rio Zeddiani all’interno di due grosse sezioni di tubo che passano sotto la sede stradale, avrebbe causato il disastro colposo del 2013 e proprio di disastro colposo sono accusati i tre indagati.

Marco Manai (difeso dall’avvocato Paolo Todde), ingegnere in servizio alla Provincia, pagherebbe per il suo ruolo di resposabile del procedimento amministrativo; gli ingegneri Antonio Dessì (difeso dall’avvocato Massimo Ledda) e Armando Unti (difeso dall’avvocato Stefano Gabbrielli) per essere stati direttore dei lavori e progettista.

E proprio nella parola progetto sta la chiave di volta dell’inchiesta, perché per trovare la sua redazione bisogna tornare indietro al 1986, trent’anni fa. Dopo di che passarono diversi anni prima che questo venisse approvato e che la strada con quel cavalcavia

vedessero la luce. Eppure proprio in quel progetto risiederebbe l’errore: la sezione dei tubi che dovevano convogliare l’acqua non sarebbe stata sufficiente ad evitare la tracimazione del piccolo torrente, soprattutto in presenza di detriti. È una colpa che per la procura ha tre responsabili.

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