Droni, georadar e sonar: Oristano sperimenta l'archeologia del futuro

L’Oristanese diventa il terreno ideale per testare i nuovi metodi di ricerca. Da Mont ’e Prama alla laguna di Santa Giusta si lavora con tecnologie avanzate


ORISTANO. Cambia il mondo e tecnologie avanzate fanno il loro ingresso in campi di studio sinora rimasti legati, per lo meno nell’immaginario collettivo, a metodi datati. E invece proprio l’archeologia che va alla scoperta del passato è diventata anche il terreno, non soltanto inteso come luogo figurato, in cui raccogliere i vantaggi che le nuove strumentazioni garantiscono.

In questo Oristano si colloca proprio come luogo ideale per testare l’efficacia dei nuovi metodi di ricerca. L’archeologia vecchia maniera è sepolta e dalle viscere della terra o dalla superficie del mare e delle lagune emerge un nuovo modo di andare a scoprire i segreti della storia. Una terra ricca di tesori ancora da riportare alla luce diventa così il paradiso di un lavoro che richiama all’opera varie figure specializzate.

È successo a Cabras per gli scavi di Mont ’e Prama, è successo più di recente a Santa Giusta e nel golfo di Oristano dove si sta andando alla ricerca dell’antica città di Othoca. Ma il discorso si può ampliare al corso di specializzazione in Archeologia subacquea dell’università di Oristano. Proprio gli ultimi scavi e le ultime ricerche hanno dimostrato come sia cambiato il modo di andare a conoscere il passato.

Le sinergie riguardano ormai varie sovrintendenze, facoltà universitarie e istituti di ricerca, come ad esempio il Centro Marino Internazionale e il Cnr di Torregrande.

Nelle piccole asperità di Mont ’e Prama, un ruolo determinante l’ha avuto ad esempio il georadar messo in campo dal dipartimento di Geofisica della facoltà di Ingegneria di Cagliari, a Santa Giusta e sulla foce del Tirso, dove si va in cerca della leggendaria città di Othoca, sepolta dalle acque dello stagno.

In quest’ultimo caso i geologi indagano sulla stratigrafia cercando di studiare i sedimenti dei fanghi nella laguna e alla foce del Tirso. Lo fanno con i classici sondaggi, ma utilizzano anche dei sonar che registrano l’acustica subacquea e persino dei piccoli droni naviganti che al loro interno hanno sistemi di rilevazione satellitare. I sondaggi vengono poi messi in relazione con la tipologia di suoni rilevati e da questo si ricavano poi dati scientifici che gli archeologi devono elaborare.

Ecco

come l’Oristanese, il suo territorio e persino le sue acque, diventano il campo di ricerca ideale per le nuove frontiere dell’archeologia. Quel che invece sembra mancare, mentre la scienza corre a velocità elevata, sono gli investimenti che consentano alla ricerca di andare avanti spedita.

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