Spauracchio visna maedi nell’Alto Oristanese

Il settore dell’allevamento zootecnico si interroga sui protocolli sanitari Dopo l’esposto presentato da tre allevatori si cercano certezze sulla malattia

SODDÌ. L’esposto alla procura presentato da tre allevatori della zona ha riacceso i riflettori sulla controversa vicenda scaturita dall’inspiegabile moria di bestiame che anni addietro si era verificata nei loro allevamenti. In un primo tempo l’epidemia era stata ricondotta alla visna maedi, ma la diagnosi era stata successivamente contestata dagli organismi preposti alla tutela della salute animale e dal mondo accademico. Dopo vari capovolgimenti di fronte i titolari di tre delle cinque aziende colpite dall’infezione si sono risolti ad intraprendere un’azione legale per cercare di venire a capo della situazione e per far emergere le responsabilità sulla diffusione della visna maedi. Malattia non soggetta all’obbligo della segnalazione da parte delle aziende sedi di focolaio, motivo per cui non sono contemplate le prestazioni sanitarie obbligatorie gratuite.

Difficile dire se le indagini porteranno a individuare delle colpe alla luce della tesi sposata unanimemente dal mondo scientifico, che esclude tassativamente la possibilità che la lentivirosi degli ovini causi un’alta mortalità. Eppure che in alcuni ovili di Soddì, Tadasuni, Nughedu Santa Vittoria e Sedilo si fosse verificata un’epidemia letale è un dato di fatto. Il nodo da sciogliere è dunque quello dell’origine delle ecatombi. Una verità rivendicata anche dagli autori dell’esposto, Domenico Serra, Fausto Flore e Costantino Medde, che si sono ritrovati avviluppati in una situazione intricata e di difficile soluzione. Tutto ha inizio quando il loro bestiame comincia ad ammalarsi e a morire. Chiedono l’intervento del Servizio veterinario dell’Asl 5 che attribuisce la causa dei decessi alla visna maedi. Diagnosi che in un primo momento sarebbe stata convalidata dall’Istituto Zooprofilattico sperimentale della Sardegna, per il quale i sintomi riscontrati erano compatibili con quelli della malattia. A quel punto gli allevatori aderiscono al piano di risanamento volontario predisposto dall’Azienda sanitaria oristanese e nel giro di due anni ottengono risultati incoraggianti. Nel frattempo però la diagnosi originale viene sconfessata e la Regione apre un tavolo tecnico per risalire alla reale causa dell’epidemia. La Assl 5 propone un approfondimento delle indagini sierologiche in vita, ma Regione e Zooprofilattico insistono per l’applicazione di un protocollo d’indagine sui capi morti. I pastori rifiutano tali condizioni paventando forse danni e oneri ancora più alti e fanno causa al tribunale civile chiedendo il risarcimento e l’estensione alle aziende ovine del piano regionale obbligatorio di eradicazione della Caev, malattia dei caprini con sintomi analoghi alla Visna Maedi.

A quel punto la Regione, dietro richiesta dell’Istituto Zooprofilattico, sospende il piano volontario a cui inizialmente avevano aderito nove pastori dell’Oristanese. Tre di loro continuano a osservare scrupolosamente il protocollo a costi altissimi e nell’incertezza di cosa potrà accadere alle loro aziende. «Se non è visna maedi ci dicano
di cosa sono morte le nostre pecore e lo certifichino», è l’accorato appello di Domenico Serra, Fausto Flore e Costantino Medde. I tre allevatori attendono, mentre di fronte hanno la quotidianità del loro lavoro che prosegue tra mille difficoltà e la paura del domani sempre più incerto.

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