“Capre e panadas” per parlare di droga

Le intercettazioni svelano organigrammi e linguaggio in codice del gruppo coinvolto nel traffico di stupefacenti e soldi falsi

ORISTANO. Capre, panadas, formaggio, fiaschi, arance, olive, carburante, pomodori, salsicce, persino un “carburatore 16 per la motocarrozzella”. Erano questi i nomi in codice con i quali la droga veniva indicata dalle persone arrestate dai carabinieri della Compagnia di Oristano martedì scorso, nell’ambito dell’Operazione Melograno, una complessa inchiesta sullo spaccio di stupefacenti e smercio di banconote false. Undici provvedimenti cautelari tra Oristano e provincia, Ottana, e San Giuseppe Vesuviano, ai quali si aggiungono 5 denunce a piede libero. Sette le persone finite in carcere, tre ai domiciliari, una in stato di arresto (ai domiciliari) perché colta in flagranza di reato: aveva 22 fialette di shaboo, la metanfetamina sintetica sequestrata a Masullas. Ieri la droga è stata inviata al Ris di Cagliari per le verifiche.

L’inchiesta. Tutto ha inizio il 16 settembre dello scorso anno, quando i carabinieri fermano a Silì, frazione di Oristano, un disoccupato di Villaurbana Ha con sé 750 euro, ma la cosa strana è che molte banconote sono nascoste in un rotolo di carta igienica, altre nei vari scompartimenti dell’abitacolo. Da un controllo incrociato si scopre che nel mese di agosto, l’uomo era stato fermato con Gianni Dessì, noto “penna bianca”. È anche lui di Villaurbana, anche lui disoccupato, e anche in quel caso viene trovato denaro. Iniziano così le intercettazioni.

L’organigramma. Nella ricostruzione accusatoria compiuta dai carabinieri della Compagnia di Oristano coordinati dal comandante, capitano Francesco Giola, proprio Dessì avrebbe gestito un “giro autonomo”, rifornendo però di droga anche Giovanni Mocci e Romina Ibba, di 54 e 46 anni, conviventi, residenti nella borgata oristanese di San Quirico. A loro sarebbe arrivato con l’intermediazione di Mario Murgia, macellaio di 51 anni di Marrubiu, il cui negozio però si trova a Oristano, in via Da Palestrina; proprio la sua macelleria sarebbe il centro di distribuzione dei soldi falsi portati a Oristano da Giuseppe e Luigi Ambrosio, padre e figlio di 49 e 26 anni, commercianti campani di San Giuseppe Vesuviano. Murgia avrebbe comunque avuto un suo giro di spaccio; così come Andrea e Matteo Cauli, 48 e 25 anni, padre e figlio di San Quirico, che avrebbero gestito autonomamente al pari di Michele Illotta, 46 anni di Simaxis. Questi tre si sarebbero riforniti da Domenico Lai, 38 anni di Ottana. Posizione diversa, quella di Francesco Piras, 49 anni di Masullas: sottoposto ad arresto in flagranza di reato per il possesso di 22 fiale di shaboo, è ai domiciliari, così come Matteo Cauli e i due campani. Dello smercio di banconote invece si occupavano, oltre che Murgia, Ibba, Mocci e Dessì.

Il rischio di impresa. Un’impresa con i suoi rischi, con le seccature derivanti dagli acquirenti morosi, la difficoltà a recuperare crediti insoluti; e poi i contatti con i fornitori, le difficoltà per tagliare la droga nel giusto modo, e, ovviamente, la necessità di muoversi con circospezione per paura dei controlli delle forze dell’ordine. I protagonisti di questa vicenda agivano e parlavano, ignari che le loro conversazioni venissero captate dalle intercettazioni, così come i loro movimenti immortalati dalle telecamere. E mentre parlavano e utilizzavano un linguaggio cifrato per la droga, ogni tanto perdevano il filo del discorso. E così, se qualche volta si parlava di “macellare le capre più tardi”, nella conversazione successiva magari si faceva riferimento ad altri prodotti, magari alle olive che invece a quel punto erano pronte; Oppure si parlava di “cagnolini”, chiedendo se fossero nati.

Le banconote. L’inciampo sul traffico delle banconote è di Murgia. Titolare della macelleria, un giorno rifila 50 euro falsi a un fornitore. Che se ne accorge, e glieli riporta indietro.
L’episodio desta un certo allarme tra gli altri. Ma non basta, perché quei soldi servivano, e come se servivano: intanto per pagare debiti contratti sempre per forniture di stupefacenti. E i soldi, falsi, si scambiavano alla luce del sole: anche davanti alla macelleria, per strada.

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