«Sì al termodinamico, ma non in aree agricole»

Comitato di San Quirico e Gruppo di intervento giuridico replicano a Rubbia. Garau: «Non hanno scelto una zona industriale perché costerebbe di più»

ORISTANO. «Mi sono alzato alle 6, ho letto i giornali e per un quarto d’ora ho lanciato improperi contro le lobby dell’energia». Antonello Garau è il portavoce del Comitato che si oppone da tempo alla realizzazione dell’impianto solare termodinamico a San Quirico. La pagina dedicata ieri all’argomento da La Nuova con l’intervista al premio Nobel Carlo Rubbia (padre della tecnologia del solare termodinamico) e la presa di posizione di Legambiente deve avergli tolto la voglia di fare colazione.

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«Con tutto il rispetto per il premio Nobel Carlo Rubbia, noi non siamo né contro il termodinamico né contro le energie rinnovabili. Chiediamo solo che questo tipo di impianti venga realizzato nelle aree industriali, nei Piani di insediamenti produttivi, perfino nelle zone agricole, ma degradate. Non dove ci sono campi dove ancora si produce, né tantomeno in mezzo a un’area dove risiedono quasi 800 persone».

Secondo Antonello Garau, quindi, i punti su cui è necessario concentrarsi sono essenzialmente due: «Il primo è la presenza della centrale a biomasse. È questo il vero problema. Il professor Rubbia ha ragione quando dice che gli specchi non fanno male a nessuno. Ma una centrale a biomasse sì che produce emissioni nocive. Noi chiediamo che venga realizzato in un parea industriale, come ha fatto la Regione installandone uno a Ottana. Sa perché non lo fanno a Ottana? Perché un’area industriale costa di più».

C’è poi, secondo il Comitato, un aspetto politico: «Hanno detto no a questo progetto la Provincia, il Comune di Oristano, il Comune di Palmas Arborea, Cgil, Cisl e Uil, Coldiretti, una sfilza di associazioni, molti partiti politi, compreso il Pd anche se l’ex sindaco Tendas era favorevole. Ne vogliamo tenere conto della volontà del territorio o no?».

Quasi in fotocopia la posizione del Gruppo di intervento giuridico: in una nota del portavoce Stefano Deliperi, l’associazione ambientalista ripropone dubbi e rilievi: «Il dato fondamentale della “fotografia” del sistema di produzione energetica sardo è che oltre il 46% dell’energia prodotta “non serve” all’Isola e viene esportato. Qualsiasi nuova produzione energetica non sostitutiva di fonte già esistente può esser solo destinata all’esportazione verso la Penisola e verso la Corsica».

Chi dice che le rinnovabili sostituiscono le fonti fossili, secondo il Gruppo di intervento giuridico, sbaglia: «Visto che la realizzazione di impianti da fonte rinnovabile non comporta la sostituzione automatica degli impianti “tradizionali” (anzi), visto che attualmente non la si può immagazzinare, dell’energia prodotta in eccesso che ne facciamo? È pura speculazione per ottenere incentivi pubblici e certificati verdi o no? Il professor Rubbia non lo dice e, in verità, non lo vuol dire nessuno, Regione autonoma della Sardegna in primo luogo».

Un’altra domanda senza risposta, secondo gli ambientalisti del Grig, è quella relativa alla collocazione: «Per quale motivo questi progetti di impianti industriali non vengono proposti in aree industriali, attualmente ampiamente disponibili in Sardegna, già infrastrutturate e senza ulteriore consumo di suolo? ».

La conclusione del Gruppo di intervento giuridico non chiude al termodinamico, ma pone delle distinzioni: «Siamo innanzitutto favorevoli al risparmio energetico - conclude Stefano Deliperi -, così come alla produzione energetica da fonte rinnovabile, in primo luogo quella solare, soprattutto quando è sostitutiva di quella proveniente da fonti fossili tradizionali, ma tale produzione non può che essere inserita in un più ampio contesto di corretta gestione del territorio, senza assurdi e controproducenti “consumi” di suoli agricoli o, peggio, di valore ambientale e naturalistico, come nel caso di San Quirico».

@Petretto. @RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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