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Assistente sociale licenziata: “frugava” nei dati del Comune

Zerfaliu, oltre duemila accessi al software del Protocollo Lei si difende: non sono una hacker, c’è ancora la Cassazione

ZERFALIU. Dalla sua postazione, nel Comune di Zerfaliu, l’assistente sociale Giovanna Andria, tra il giugno 2013 e il maggio 2014, aveva effettuato 2138 accessi al servizio Protocollo dell’ente. Tutti accessi in orario lavorativo, con un apice di 148 nella sola giornata del 22 gennaio 2014. Ne era seguito un procedimento disciplinare per accesso abusivo al sistema informatico del Comune, culminato con il licenziamento, il 16 settembre 2014, della donna. Quel licenziamento è legittimo: cosi ha deciso la Corte d'appello di Cagliari lo scorso 18 aprile, accogliendo il ricorso presentato dall'ente locale, rappresentato dall'avvocato Luca Casula, e rigettando quanto aveva deciso in primo grado il Tribunale di Oristano, ossia l'annullamento del licenziamento impugnato dagli avvocati Antonio Cova e Noemi Cova, legali dell'assistente sociale. Giovanna Andria si difende: «Non sono un’hacker. Comunque c’è ancora la Cassazione». Intando è stata condannata a pagare le spese legali per il primo grado, pari a 8mila euro, e altri 6.500 tra spese varie.

La vicenda parte dal procedimento disciplinare per accesso abusivo al sistema informatico del Comune attivato nei confronti di Giovanna Andria. Una segnalazione interna aveva rilevato l’utilizzo anomalo del software del protocollo comunale da parte della donna. L’amministrazione, contattate la società fornitrice del software e quella gestore dell'assistenza, tabulati alla mano dell'operatività del servizio protocollo, si era resa conto degli accessi – oltre duemila – compiuti dall’utenza di Giovanna Andria.

Questa anomalia è risultata ancora più evidente dato che gli stessi tabulati hanno mostrato che tra gennaio e maggio 2013 gli accessi giornalieri oscillavano tra i tre e gli undici, un numero ben inferiore a quelli fatti registrare appena qualche settimana dopo. L’ intensificazione di accessi ai documenti dell'ufficio Protocollo – risulta dalle carte – è avvenuta in concomitanza con le prime richieste di chiarimento a Giovanna Andria, sul progetto intercomunale POI, tra Zerfaliu, Solarussa e Siamaggiore. Nell’ambito di questo progetto la dipendente era stata sottoposta a un provvedimento disciplinare (a oggi ne ha cinque), sfociato in due procedimenti penali ancora pendenti: il primo avviato nel 2013 dal Comune di Zerfaliu per truffa, il secondo, nello stesso anno, dalla Procura della Repubblica di Oristano, per accesso abusivo al sistema informatico. Giovanna Andria controllava le interlocuzioni tra l’ente che l’aveva sottoposta al procedimento disciplinare e la Procura che di conseguenza l’aveva indagata per truffa.

«Inserirsi nella corrispondenza elettronica tra un sindaco, la segreteria e la Procura della Repubblica è grave – sottolinea Pinuccio Chelo, sindaco di Zerfaliu –. Il Protocollo registra tutti gli accessi e la durata per ciascuno. Una dipendente che in orario di lavoro anziché svolgere le proprie funzioni passa il tempo a frugare nella corrispondenza dell'ente, con la violazione della privacy visto che sono stati visionati dati sensibili di terze persone, mi sembra ben oltre il poco etico». La vicenda ha un altro risvolto: Giovanna Andria infatti ricopre, a tutt'oggi, il ruolo di assistente sociale del Comune. «O per malattia o per permessi di legge di cui la signora Andria beneficia – sottolinea Chelo – come assistente sociale è stata ben poco presente dal settembre 2014 ad oggi e questo ha ingolfato l'ufficio. Il fatto che una trascuratezza da parte dell'ente locale, benché non voluta, possa ricadere sulla parte più debole della comunità mi colpisce molto. Sono amareggiato per il licenziamento, ma sono convinto che di fronte a certi fatti non solo la giustizia debba fare il suo corso, ma che io come sindaco, debba garantire una giustizia sociale, tutelando i miei concittadini».

«Basandomi sulla sentenza del Tribunale di Oristano – spiega l'avvocato Antonio Cova – che aveva assolto la mia assistita dall'addebito disciplinare per carenza di prove, mi risulta difficile immaginare quali possano essere le motivazioni dell'appello. Ritengo che si debba ricorrere in Cassazione».