Sartiglia, altri 4 indagati per i controlli antidoping

L’indagine colpisce la Fondazione: c’è Marzio Schintu, componente del direttivo Sotto inchiesta anche altri due cavalieri e il presidente della loro Associazione

ORISTANO. Una nuova bufera si abbatte sulla Sartiglia 2018. Sul registro degli indagati per lo scambio di persone e le presunte irregolarità nell’esecuzione dei controlli antidoping durante la manifestazione, finiscono altre quattro persone. E stavolta non ci sono solo cavalieri, ma anche uno dei responsabili della Fondazione Sa Sartiglia, il braccio operativo del Comune che si occupa di organizzare la giostra e il presidente dell’associazione dei Cavalieri. Nell’elenco di chi è finito sotto la lente d’ingrandimento delle indagini portate avanti dalla Questura c’è infatti Marzio Schintu. Il nome del componente del consiglio direttivo della Fondazione è seguito da quello del presidente dei cavalieri, Francesco Castagna, che pure non ha partecipato alla manifestazione né ha firmato alcun documento in cui si rendeva disponibile a fornire supporto per l’esecuzione dei test. E poi da quello dei cavalieri Giuseppe Catapano e Marco Pau.

Dopo tanto tuonare, è quindi arrivata la tormenta che fa seguito alla precedente, ovvero ai primi avvisi di garanzia per cinque cavalieri. A essere indagati per sostituzione di persona, reato che sarebbe stata commessa nel momento in cui venivano selezionati i cavalieri che dovevano effettuare, attraverso l’esame delle urine, il controllo antidoping, erano stati Gianluca Russo, Paolo Rosas, Daniele Ferrari, Giuseppe Frau e Roberto Pau, fratello di Marco nuovo indagato. Secondo la ricostruzione della Questura che svolge le indagini su delega della procura della Repubblica, tra i cavalieri ci sarebbe stato un accordo per inviare nella postazione dei controlli eseguiti dalla Nado Italia, cavalieri che sapevano di non incorrere in eventuali positività. Ci sarebbe stata una sorta di solidarietà corporativa affinché venissero salvate quelle persone che evidentemente avevano assunto sostanze dopanti in fasi di poco precedenti o durante la stessa manifestazione per cui avevano paura di essere pizzicate dall’antidoping. Con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato.

Il primo passo degli inquirenti, che si fanno forti di filmati e altre verifiche in attesa che venga compiuta la prova regina ovvero quella del dna che attribuirà senza tema di smentita a ciascuna provetta anche l’identità della persona che si è sottoposta all’esame, era stato fatto in direzione dei cavalieri. L’inchiesta, che non sembra affatto conclusa fa adesso un ulteriore passo uscendo dallo stretto recinto di coloro che sono saliti in sella. Si intuisce che, secondo gli inquirenti, chi non ha direttamente preso parte alla giostra può aver avuto un qualche ruolo nell’ingannare eventualmente gli addetti dell’antidoping ai quali potrebbero essere stati “consegnati” dei cavalieri con un nome diverso rispetto a quelli di cui si voleva verificare le condizioni di idoneità a partecipare alla manifestazione pubblica.

Ma perché sono stati decisi questi controlli antidoping? Lo aveva spiegato il questore Giovanni Aliquò: «Dal mese di ottobre abbiamo avuto notizie sul fatto che tra alcuni sartiglianti fosse diffuso l’utilizzo della droga – aveva detto durante la conferenza stampa alla quale aveva partecipato il procuratore Basso –. Da novembre abbiamo avviato un’azione di prevenzione. Avevamo due possibilità: fingere di non sapere nulla o agire di
conseguenza». Nel momento in cui si iniziò a parlare di controlli, le reazioni dell’ambiente dei cavalieri: «Abnormi». A un’iniziale disponibilità a fare i controlli preventivi era seguita una levata di scudi. Forse qualcuno aveva qualcosa da nascondere? Gli inquirenti ne sono convinti.

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