«Non ho abusato di mia figlia e sono stato assolto, ma le ferite restano»

Il racconto di un padre di un paese dell’Oristanese accusato ingiustamente di violenza sessuale

ORISTANO. Con le mani stringe il bordo della sedia. È una sedia diversa da quella in cui ha dovuto prendere posto sino a qualche giorno fa. Non è più quella scomoda dell’imputato e non importa chi sia quel signore sulla quarantina; non importa da quale piccolo paese dell’Oristanese arrivi. L’unica cosa che importa è quella parola attesa e ascoltata per la seconda volta lunedì scorso. «Assoluzione» hanno detto anche i giudici di secondo grado e ora che manca solo la Cassazione, con due sentenze già favorevoli, la luce all’uscita del tunnel inizia a vedersi ormai distintamente.

Ma chi è quell’uomo? È un padre, finito per via di accuse fasulle, in un labirinto che ha come pareti quelle delle aule giudiziarie nelle quali ha dovuto difendersi dalla peggiore accusa che gli potesse essere rivolta contro, quella di aver abusato della figlioletta, tanto più sapendo di essere innocente. È un Mister X come tanti altri – il nome non viene rivelato perché la vicenda coinvolge una ragazzina di appena undici anni e mezzo – e la sua storia è un caso emblematico. Non di mala giustizia, perché in questo caso la giustizia ha funzionato, bensì di come sia semplice finire dentro vicende dalle quali si esce per forza distrutti anche una volta che la verità è stata ristabilita.

Lunedì scorso, a cinque anni e mezzo dalla prima denuncia, ha raccolto la seconda assoluzione e ora inizia a raccontare come si entra e come si vive in un incubo che non è ancora finito: «Nel 2011, quando nostra figlia aveva 5 anni, mia moglie aveva iniziato una relazione con un’altra persona. Prospettai la separazione e allora mi piovve contro la denuncia di maltrattamenti verso di lei e verso la bambina. Andò anche via di casa per una settimana raccontando che io le minacciavo con una motosega e col fucile».

Non era vero, ma la signora si rivolge alle assistenti sociali che fanno la doppia segnalazione d’ufficio alla procura e al tribunale dei minori. Ed è allora che spunta fuori la seconda ipotesi di reato, quella di abusi sessuali con un racconto che, di volta in volta, si arricchisce di particolari a sfondo sessuale. Succede per quattro volte, l’ultima addirittura durante l’udienza di primo grado e sarà ciò che fa saltare l’accusa. Intanto però anche un racconto fatto dalla bimba alla zia materna e interpretato erroneamente, aggrava la situazione. Ci sono poi un incidente probatorio che sarà contestatissimo dagli avvocati difensori Rafaele Cocco e Serena Contini e infine i due gradi di processo. «Come ci si sente? Sono anni durissimi e interminabili. Ho assistito a tutte le udienze e non ho mai avuto la sensazione che stesse andando nella direzione giusta. Poi, in primo grado, è arrivata la richiesta di condanna a otto anni e ho pensato che non ci fosse speranza», racconta.

La sentenza però gli dà ragione. Una prima volta e lunedì una seconda, quella probabilmente definitiva a meno di ribaltamenti improbabili in Cassazione: «Devo ancora metabolizzare tutto, perché cinque anni di processo con l’accusa di aver abusato di mia figlia sono un incubo dal quale non si viene fuori in pochi giorni. Nemmeno so se si venga fuori da una vicenda del genere, i segni me li porterò appresso per sempre. Tutt’ora non ho
una vita normale, vivo in un piccolo paese e solo ora le persone stanno capendo, ma forse neanche tutti ci credono che sia innocente. Vedo gli sguardi degli altri e non so cosa pensino. Magari è solo una mia suggestione, anche quella è una ferita che un’assoluzione non può cicatrizzare».

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