Esplosione al Gran Torre: chiesta una condanna

Per il pm il responsabile dell’incidente è chi certificò la regolarità dell’impianto La difesa: «Nessun collegamento tra i lavori e la tragedia sfiorata nel 2011»

ORISTANO. Dell’esplosione avvenuta sette anni fa all’Hotel Gran Torre si sono persi gli echi. Gli unici che ancora si possono sentire arrivano dall’aula del tribunale dove ieri accusa, parte civile e difesa hanno discusso il processo che vede sul banco degli imputati l’impiantista Massimo Erdas, accusato di lesioni colpose per l’incidente che si verificò all’interno della struttura il 9 novembre del 2018.

Per l’unico imputato, il pubblico ministero ha chiesto la condanna a un anno e sei mesi ritenendolo responsabile indiretto delle gravissime ustioni che riportarono Giorgio Gaviano e il nipote Carlo, gestori della struttura. Il forte odore di gas che proveniva dal primo piano dell’Hotel Gran Torre attirò la loro attenzione. Nel momento in cui andarono a verificare cosa stesse accadendo, furono travolti dallo scoppio e dalla fiammata che si generò in quell’istante. Entrambi rimasero seriamente feriti, ma la buona sorte evitò loro danni ben peggiori rispetto a quelli subiti. Furono necessari diversi ricoveri e alcuni interventi chirurgici per cancellare i segni delle ustioni, eppure poteva davvero andare peggio perché la potenza dell’esplosione fu notevole. Secondo la pubblica accusa e secondo l’avvocato di parte civile Franco Luigi Satta non ci sono dubbi sulle responsabilità. La ditta gestita da Massimo Erdas si era occupata di installare gli impianti di riscaldamento e del gas che servivano la struttura tre anni prima, ma a generare lo scoppio sarebbe stato un intervento di sostituzione di uno scaldabagno effettuato due giorni prima dell’incidente. Due terminazioni dell’impianto non sarebbero state sigillate correttamente e questo avrebbe provocato la perdita e l’accumulo di gas nel locale da cui Giorgio e Carlo Gaviano avvertirono l’odore di gas.

Il pubblico ministero ha chiesto la condanna a un anno e mezzo a cui si è aggiunta la richiesta del pagamento di una provvisionale da 50mila euro, in attesa di stabilire l’esatta entità del danno subito in un’eventuale causa civile. Queste tesi non hanno certo incontrato certo il favore della difesa affidata all’avvocato Raffaele Miscali che ha sottolineato diverse incongruenze nella ricostruzione accusatoria. Prima fra tutte la distanza dall’ultimazione dell’impianto rispetto al momento dell’incidente. Possibile che quelle terminazioni non fossero state completate e in tre anni nessuno se ne fosse accorto? In più i terminali di quei tubi da cui si generò la perdita non sarebbero stati direttamente collegati a quelli oggetto dell’intervento di sostituzione dello scaldabagno, motivo per
cui non ha ragion d’essere un collegamento tra la riparazione e l’incidente del novembre 2011. Per la difesa, persino consulenze e perizie non diedero un esito chiaro perché effettuate a distanza di qualche mese dall’evento. La sentenza del giudice Francesca Falchi arriverà il 12 gennaio.

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