L’eredità delle streghe in mostra a Bidonì

Nell’ex palazzo civico una raccolta originale di oggetti, scritti e amuleti

BIDONÌ. L’emicrania curata con suffumigi a base di rosmarino, inceso, cera e acqua benedetta; malattie gravissime che si combattevano con unguenti a base della polvere delle ossa umane, rimedi contro malocchio, verruche e papillomi, persino l’infertilità. Ogni pratica, rigorosamente accompagnata da una preghiera, come questa attribuita a Julia Carta di Siligo, probabilmente la più famosa delle streghe sarde anche perché pur condannata, sfuggì sempre alla pena capitale: « Jesus Maria innanti deus qui non punta/ De sa manu de sa Verginy Maria sias unta/ Unta de sa manu de sa Verginy Maria/ Innantis de sa manu mia/ E di Santa Margherita/ Qui lehayt dogni punta e dogni ferita/ Qui dogni punta et dogni ferita lehayt/ Et de custu male di sanayt (Gesù Maria prima di Dio che non fitta / Dalla mano della Vergine Maria sia unta/ Unta dalla mano della Vergine Maria/ prima della mano mia/ E di Santa Margherita /che ogni fitta e ogni ferita tolga/ e da questo male guarisca)». Erano streghe e stregoni: donne e uomini che per avere dimestichezza con la medicina popolare, spesso basata su quella che in seguito, diventò fitoterapia, erano sospettati dalla chiesa di essere contigui con satana e che nell’oscuro periodo della Santa inquisizione, li condannava a morte. È a questi personaggi, avvolti da un alone di mistero, che Bidonì, paesino di pietra con appena 138 abitanti sul lago Omodeo, ha dedicato un museo, unico nel suo genere in Sardegna. È il museo S’omo de Sa Majàrza, (la casa della strega) ospitato nell’ex palazzo municipale e meta di turisti e studiosi. È in queste sale che, attraverso immagini, documenti, reperti, ci si può immergere in un mondo oscuro di demoni e fate, ma anche nella ancora sconosciuta medicina popolare che prima dell’Illuminismo, era l’unico rimedio per provare a curarsi. Nato nel 2003 da un’idea dell’architetto Enrico Costa, dall’archeologo Raimondo Zucca e dell’allora sindaco Antonio Cossu, il museo racconta la storia del territorio dalle domus de janas alla Controriforma. È dai riti legati ai defunti (le domus de janas, le case delle fate, in realtà case di Diana, dea della caccia e della luna, erano sepolture risalenti al quarto secolo avanti Cristo) ai cippi funerari dei romani (che sul colle di S’Onnariu realizzarono uno dei pochi templi in Sardegna dedicati a Giove), che ha inizio il percorso museale. La visita parte da tre cippi funerari romani, uno dei quali, racconta Daniel Fadda, presidente della Pro Loco, avrebbe il potere di provocare reazioni inspiegabili alle persone particolarmente sensibili: «Ci sono stati visitatori che dicono di aver accusato malesseri – dice – secondo la credenza popolare, il cippo, sarebbe in grado di trasmettere il dolore della morte violenta della persona sepolta nel punto dove era stato sistemato». Arricchito delle immagini degli spiriti della tradizione sarda come il diavolo maskinganna, su pindacciu, sa filonzana, la strega che compare di frequente nei carnevali barbaricini; passando per la controversa figura de s’accabbadora, solo per indicare alcuni dei miti rappresentati, c’è spazio
per amuleti portafortuna, formule magiche e rappresentazioni fiabesche, come sa musca maccedda, la mosca che spargeva le epidemie. Su garr’e sos mortos: il carro che portava all’aldilà i morti e che solo l’agonizzante poteva vedere, conclude il viaggio nel mondo delle credenze popolari.

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