Ales, anche la culla di una regina fra le gemme del museo diocesano

Nell’ex seminario un patrimonio unico di oggetti sacri che raccontano il potere della Chiesa nei secoli

ALES. Un tesoro di arte sacra, fra oggetti liturgici, paramenti, sculture, dipinti e persino la culla di una regina, per raccontare 500 anni di fede di un popolo. Nell’ex seminario, accanto alla cattedrale di Ales, c’è un museo che conserva un patrimonio inestimabile.

È il Museo diocesano d’arte sacra che dal 2009 è una finestra che si apre rivelando lo straordinario contrasto fra una chiesa per secoli ricca e potentissima e i un popolo in condizioni sociali ed economiche diametralmente opposte. Un popolo modesto ma altrettanto generoso e devoto, grazie alle cui donazioni, si è potuto costituire quel tesoro della cattedrale che oggi esposto al museo è che finalmente condiviso.

Costituita nel 1503, in piena Controriforma (i primi suoi vescovi, i fratelli Giovanni e Andrea Sanna, furono potenti inquisitori) con una Bolla di papa Giulio II, la diocesi di Ales nasce dalla fusione fra quella di Usellus (con già sede ad Ales) e di Terralba, poi soppresse.

Il museo, la cui realizzazione si deve a monsignor Antonio Orrù, che guidò la diocesi dal 1990 al 2004 e al suo successore, Giovanni Dettori e diretto da monsignor Modesto Floris, racconta non solo degli uomini dell’alto clero del territorio, ma anche di artisti e artigiani, non solo sardi, che nell’arco di mezzo millennio sono stati artefici di un immenso patrimonio culturale.

La conferma è già nella sala che contiene il tesoro della cattedrale, dove sono esposti calici e patene, reliquiari, pastorali, croci e ostensori d’argento e oro o il diadema della Vergine dormiente, d’argento e ametiste, realizzazione di Bottega sarda databile alla seconda metà del 1500, sono solo alcuni dei preziosissimi oggetti del corredo liturgico dei vescovi di Ales.

Corredi straordinariamente conservati nei secoli, non solo all’interno della cattedrale, ma anche in diverse chiese che le hanno ceduti, consentendo la nascita del più ricco dei musei.

Le guide di ArchiMusteca (una cooperativa di Ales, composta tutta da donne) accompagnano i visitatori fra le vetrine che custodiscono i paramenti liturgici, appartenuti ai vescovi che si sono alternati nei secoli alla guida della diocesi. Prelati che per le cerimonie sacre non rinunciavano a trine, merletti, sete e broccati che facevano arrivare da Oltre Tirreno per farsi confezionare stole, piviali, pianete e mitre, ma anche guanti e calzature ricamati d’oro e argento.

Non mancano i dipinti, con ritratti di santi e regnanti, in particolare dei Savoia, raccolti in una sala che espone un preziosissimo olio su tela di ambito campano, raffigurante la Vergine annunciata del 1600. Al secondo piano, accanto allo straordinario Cristo deposto del 1600, scultura lignea che ancora viene portata alla processione del venerdì santo, c’è una curiosità: la culla appartenuta alla Beata Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli, nata a Cagliari. Singolare la storia legata al retablo cinquecentesco appartenuto alla chiesa di San Gavino, ritrovato durante il restauro dell’altare. «Grattando le parti di legno si intuì che sotto la verniciatura più recente doveva esserci altro – spiegano le guide – per scoprirlo fu necessaria una tac, fatta in ospedale». Attualmente al museo si può anche ammirare il retablo del Cavaro della
parrocchiale di Gonnostramatza, custodito in attesa della ristrutturazione della parrocchiale. La galleria delle sculture infine, è un lungo corridoio di antichi simulacri di diverse parrocchie, con la statua lignea del Santo Diacono del 1400 e un elegantissimo san Quirico a cavallo.

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