Amarezza a Oristano: la città è più povera con un sipario chiuso

Il “Garau” inagibile da anni e il “Deledda” ormai agonizzante Parlano organizzatori, registi e responsabili di compagnie

ORISTANO. Antonio Garau avrebbe trovato in questa vicenda spunti interessanti per farne soggetto di qualche sua commedia. Anche se c’è poco da ridere di fronte al deserto che si sta delineando nel panorama teatrale oristanese. Il busto del commediografo oristanese sta lì, nel foyer del Teatro Garau, a prendere polvere in attesa che si aprano di nuovo i portoni di uno spazio chiuso ormai da più di tre anni. Il sindaco Andrea Lutzu, nell’intervista di fine 2018 alla Nuova ha detto che, per l’anno appena iniziato, si augurava di poter festeggiare la riapertura del teatro. Chissà: i soldi ci sono, bisognerà fare i conti con i tempi della burocrazia. Mentre Oristano aspetta la riapertura del suo teatro, la vicina Paulilatino si appresta a vivere la chiusura del “Grazia Deledda”.

Gli spazi per il teatro, già ristretti e compressi, si riducono così ancora di più. Nel capoluogo anche il teatro “in limba” che proprio dalle opere di Garau prendeva forza e linfa, si è quasi fermato. La compagnia intitolata al commediografo è da tempo inattiva: «Siamo fermi - dice Carlo Serra -, anche se ogni tanto ci sentiamo e ci ripromettiamo di riattivare la compagnia». Anche quella della Mutuo soccorso non funziona più come in passato, pur disponendo di uno spazio proprio. E così qualcosa si perde, quasi senza accorgersene. E si diventa tutti più poveri.

«Un teatro è fondamentale - dice Salvatore Corona dell’agenzia Applausi e fondatore del festival Dromos - . Non esiste una città importante senza teatro. Il teatro è il cuore pulsante della cultura di una città Mi dispiace tantissimo per il “Deledda”. Conosco bene la storia e so quali sacrifici sono stati fatti, quanto hanno lottato. Andrebbe sostenuto». Amministrazioni distratte? «È il solito discorso: quanto si è convinti che la cultura possa migliorare il mondo? Quanto si è disposti a investire in cultura? Passa tutto da lì. Bisogna crederci di più, ci vogliono risorse e idee».

Salvatore Sinis, regista, attore, ma soprattutto appassionato di teatro, è amareggiato per questa situazione. «Il panorama è drammatico - dice -, ma posso dire che avevo previsto già al momento del restauro che al Garau ci sarebbero stati problemi. C’erano delle inadeguatezze, nella logistica, ma soprattutto nel palco. Ora non ci sono spazi. C’è stata un’ipotesi che puntava a rendere agibile l’auditorium del Mossa, ma non è andata avanti».

Allora c’è chi si ingegna per trovare spazi al di fuori di quelli tradizionali. Sara Giglio è attrice e tiene anche lezioni di recitazione. Si è inventata una sorta di teatro a domicilio con il suo ciclo di spettacoli “Incontri a casa di Valeria”. C’è chi mette a disposizione una casa, coinvolge un po’ di amici e gli attori si esibiscono davanti a un pubblico ristretto, ma sicuramente motivato. «Mi sono chiesta - dice - dove potessi andare vista la mancanza di spazi. Ho dato vita a questa cosa: si creano delle situazioni piacevoli, si recupera un rapporto con il pubblico».

Ma sui teatri chiusi Sara ha una sua teoria: «La crisi è iniziata da prima della chiusura dei teatri. Ma non c’è stata una grande spinta da parte dell’opinione pubblica. Sembra che in questa zona del teatro non ne sentiamo la mancanza». Per Sara Giglio, insomma, la colpa non è solo delle amministrazioni pubbliche: «Qui non si riesce a creare qualcosa di diverso, una compagnia di teatro contemporaneo, ad esempio. Tempo fa ho fatto qualcosa portando a Oristano Renzo Francabandera, è stato bello, ma non abbiamo continuato».

Salvatore Sinis non è d’accordo con questa lettura: «Oristano ha sempre risposto bene. Certo, è una città sonnacchiosa, va stimolata, ha bisogno di scossoni. E gli scossoni li dà chi ha possibilità di farlo. Ricordo che per dieci anni ortai avanti la rievocazione storica medievale. Fui il primo a farla e poi tanti copiarono. Poi tagliarono i pochi rimborsi per gli attori professionisti che venivano scritturati e non se ne fece più nulla. La gente mi fermava per strada per chiedermi cosa fosse successo. Non ci fu una sollevazione, certo, ma l’interesse c’era. Ma stimolato e coltivato».

Non è solo una questione di spazi, sembra di capire. È anche questione di progetti, di entusiasmo, di idee. «Bisogna crederci - ribadisce Salvatore Corona -. Dromos è partito senza soldi. Ci abbiamo creduto e abbiamo lottato con passione».

La stessa passione che mette Sara Giglio con i suoi spettacoli “A casa di Valeria” (il nome è un omaggio alla prima che ha creduto nel progetto), aspettando che arrivino aperture verso altre forme di espressione. La stessa passione che mette Sinis nella sua scuola di recitazione che, senza
spazi pubblici a disposizione, si rifugia nel teatrino dei Cappuccini.

Ma la stessa passione non è per ora bastata a Aldo Sicurezza, fondatore del Teatro Instabile di Paulilatino, per tenere in vita il “Grazia Deledda”. Forse c’è ancora il tempo per trovare una soluzione.

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