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Le opere dell’artista Mariano Chelo dal Temo all’Hudson

BOSA. Dalle rive del Temo a quelle dell’Hudson, da Bosa a New York, il passo non è certamente breve. Ma per l’artista bosano Mariano Chelo certamente un’occasione per far conoscere i suoi dipinti,...

BOSA. Dalle rive del Temo a quelle dell’Hudson, da Bosa a New York, il passo non è certamente breve. Ma per l’artista bosano Mariano Chelo certamente un’occasione per far conoscere i suoi dipinti, apprezzati nella vecchia Europa, anche oltre Oceano. Grazie alla gallerista Carla Piscitelli della Ierimonti Gallery di New York, convinta dalla visione dei “Mari” dipinti dall’artista bosano, descritti come. «Una ricerca molto originale adatta al pubblico della Grande Mela sempre alla ricerca di novità». Il vernissage di inaugurazione si è tenuto il 18 gennaio scorso, alla presenza dell’artista e di un folto stuolo di visitatori che hanno apprezzato i quadri in arrivo dalla Sardegna. La mostra prosegue fino al 17 febbraio, anche se non è escluso che qualche lavoro possa rimanere negli State «una volta presentato ad una nota casa d’aste, per testare l’effettivo valore sul mercato americano», rivela Mariano Chelo. «I lavori che presento sono il risultato della mia ultima produzione. Un lavoro parallelo a diversi argomenti, forse perché sono curioso o forse per non annoiarmi, come se scrivessi dei racconti, passando apparentemente da un estremo all’altro anche se in realtà uno è la conseguenza dell’altro», dice l’artista. Convinto che «quando si fa ricerca, anche in pittura, si scoprono o si inventano delle cose inattese, cose che possono sorprendere o deludere e comunque sempre stimolanti e vive». Ma nel laboratorio del Map a Bosa o nell’atelier di Cagliari Mariano Chelo non ha solo tavolozze e pennelli. «Da un paio d’anni ho iniziato a teorizzare il confine tra pittura e scultura. A parte la tridimensionalità, la differenza tra i due linguaggi è caratterizzata dalla luce: nella scultura le parti in luce e in ombra vengono dalla spazialità della forma, mentre nella pittura vengono rappresentate con l’uso del colore e quindi con un artificio, forse è proprio per questo che si chiama arte.” I Mari quindi nascono dal «fare scultura con la pittura, cioè utilizzare una superficie piana giocando con il lucido
e l’opaco, rubando la luce all’ambiente ed imitando quello che avviene nel vero».

Chiusa l’esperienza newyorkese del “Bet – Black Even Point” chelo si appresta ad altri viaggi. Ad aprile infatti si aprirà la personale a Parigi e a giugno a Poprad, in Slovacchia.(al.fa.)

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