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La memoria fragile degli olbiesi aveva bisogno di una pietra miliare. Un segno tangibile lasciato dagli uomini capaci di ricostruire con le proprie mani il vivere quotidiano, anche dopo una tragedia...

La memoria fragile degli olbiesi aveva bisogno di una pietra miliare. Un segno tangibile lasciato dagli uomini capaci di ricostruire con le proprie mani il vivere quotidiano, anche dopo una tragedia enorme come è stata l’alluvione del 2013 a Olbia, in Gallura e in Sardegna. Quel monumento alla ricostruzione si chiama Maria Rocca, la scuola simbolo dell’incrollabile voglia degli olbiesi di ricominciare da capo, partendo esattamente dalle macerie lasciate dall’ondata di fango del 18 novembre di quattro anni fa.

Una scuola nuova di zecca, sicura, ricostruita non più sull’argine pericolante di un canale ma sulla terra asciutta, solida. Dopo quattro anni di progetti e di lavori oggi la nuova scuola apre i battenti grazie al contributo di chi ha creduto nella ricostruzione e nella solidarietà sin dal giorno dopo la tragedia. Così in campo, al fianco dell’amministrazione comunale di Olbia, si è composta una inedita squadra di cooperanti solidali: La Nuova Sardegna, la Fondazione Sardegna, Meridiana, il Corriere della Sera e La7, l’Ordine degli architetti di Sassari. Tutti legati in una straordinaria operazione di crowdfunding che ha coinvolto enti e istituzioni, professionisti e lettori dei giornali. Un modello di condivisione, partecipazione e sensibilità, un modo per dire “è stata la tragedia di tutti”.

Per questo motivo Maria Rocca è molto più di una scuola. È stata e sempre sarà un simbolo dell’alluvione e soprattutto della ricostruzione solidale, lenta e faticosa. L’immagine delle aule allagate resterà impressa per sempre nella memoria degli olbiesi, così come il film drammatico del 18 novembre 2013. Il rumore sordo dell’ondata di fango che tutto e tutti ha travolto nel suo cammino. Il silenzio spettrale di quella notte, quando l’acqua ha cominciato a ritirarsi nei canali.

Per tutti l’alluvione è un punto di non ritorno, nel senso che da quel giorno Olbia non è più la stessa città di sempre. È come se nel volgere di una notte di pioggia incontenibile una frontiera immaginaria avesse tracciato un solco invalicabile nella città. Quella che c’era prima, con le sue solide certezze, e quella che si è risvegliata dopo, fragile e incerta, assalita da ombre, fantasmi e paure di ogni genere.

Oggi come ieri, non dimenticare significa due cose. Prima di tutto, non lasciare che il tempo accomodi tutto con una mano di tinta color indifferenza. In secondo luogo, assumere la tragedia al rango di lezione di vita per non commettere più gli stessi errori. Anche per questo la nuova Maria Rocca è molto più di una scuola. È la coscienza critica e vigile di una comunità che sull’alluvione forse non ha ancora riflettuto abbastanza ma ha sicuramente litigato tantissimo. Non a caso, quattro anni dopo, ancora oggi Olbia non ha certezze sul “piano di mitigazione del rischio idrogeologico” con amministratori e abitanti che ancora discutono sulla differenza tra canali scolmatori e vasche di laminazione. Polemiche inutili, sterili, buone solo a perdere tempo prezioso. Polemiche che non hanno permesso di realizzare opere importanti per la sicurezza della città. La realtà è che, se malauguratamente dovesse diluviare, forse la città subirebbe altri gravi
danni. Ecco allora che ricominciare da una nuova scuola può avere anche un valore profetico. Un segno di vita e di speranza, perché il problema non è lasciarsi alle spalle una tragedia, piuttosto lavorare affinché non ne capiti un’altra.

@marcobittau. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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