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Anzi fa semplicemente ridere il dibattito politico di questi giorni in consiglio regionale intorno al Testo unico sulla lingua sarda. È chiaro a tutti che serve un nuovo intervento legislativo di...

Anzi fa semplicemente ridere il dibattito politico di questi giorni in consiglio regionale intorno al Testo unico sulla lingua sarda. È chiaro a tutti che serve un nuovo intervento legislativo di mamma Regione che tuteli, valorizzi e promuova la lingua dei sardi, su questo non c’è dubbio. I dubbi saltano fuori quando si parla e si tzarra, magari in suspu, di standard e norme ortografiche da adottare. A che scopo? Non esiste già una limba ufitziale adottata dalla stessa Regione Sardegna nel 2006 (Renato Soru presidente) dopo un dibattito a dir poco trentennale, infinito ed estenuante? A leggere i resoconti del Parlamentino di via Roma, sembra infatti che su questo punto ci sia quanto meno una “leggera” confusione. Sa Limba sarda comuna esiste da dodici anni e ha radici ancora più lunghe, ha una storia che parte dal 2001 con le prime sperimentazioni della Lsu, sa Limba sarda unificada. Ed è indubbio che in quest’ultimo decennio il modello linguistico regionale per la forma scritta abbia fatto passi da gigante, pur nella minoranza della minoranza. Pubblicazione di libri, romanzi soprattutto, anche tradotti dalle maggiori lingue europee; trasmissioni televisive e radiofoniche; anche la pagina della Nuova Sardegna Limbas 3.0 è la dimostrazione che il sardo è una lingua viva e vegeta oltre che moderna con la quale poter fare giornalismo. Internet, poi: dai social network alle app di ultima generazione, il web contribuisce giorno dopo giorno alla diffusione sempre più capillare della Lsc. Persino la manualistica di settore sta prendendo piede (è di questi giorni la pubblicazione voluta dalla Assl di Nuoro e dall’Ats Sardegna della “Ghia de cunversatzione mèdica” di Antoni Valero Cabrè, edizione quadrilingue sardu, italianu, catalanu e inglesu).

Il problema, evidentemente, sta nelle fondamenta: sa norma linguìstica non spazza via le singole varianti. È una mediazione che vale per la forma scritta e lascia intatte tutte le forme orali. Un dato di fatto. Un presupposto che va chiarito. Sa Limba sarda comuna è un utile strumento per chi vuole imparare il sardo scritto, soprattutto per chi non ha avuto la possibilità di farlo in famiglia. È semplicemente una regola per scrivere sempre nello stesso modo, un’unica norma ortografica per scrivere parole che possono e devono essere differenti. Fermo restando che ognuno resta libero di scrivere nella propria variante di paese, a Lodè come a Jerzu, a Pompu come a Ozieri. È questo il bello della Sardegna bilingue sardo-italiano o viceversa. Ancora meglio sarebbe se quest’isola galleggiante nel mezzo del Mare Mediterraneo fosse trilingue: sardo-italiano-inglese. Ecco allora il punto nodale: perché la Regione non ufficializza oltre all’uso del sardo e dell’italiano anche quello dell’inglese? Sarebbe il segno di una terra proiettata nel futuro.

Del resto anche nel dibattito in aula di questi giorni è emerso che «le ultime ricerche dicono che una formazione plurilinguistica favorisce la capacità
di apprendimento dei bambini – lo ha ricordato il relatore Paolo Zedda (Art1-Mdp) –. L’Unione europea raccomanda, in tenera età, l’insegnamento della lingua materna e di altre due a scelta». Il sardo, dunque. Più altre due lingue: l’italiano standard e l’inglese standard.



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