segue dalla prima

L’affaire Facebook-Cambridge Analytica ha infine scoperchiato il vaso di Pandora della vita iperconnessa in un’economia neo-liberale. L’accusa, per Facebook, è di aver reso possibile la raccolta di...

L’affaire Facebook-Cambridge Analytica ha infine scoperchiato il vaso di Pandora della vita iperconnessa in un’economia neo-liberale. L’accusa, per Facebook, è di aver reso possibile la raccolta di dati personali da parte di una società vicina alle destre americane ed europee, per creare profili psicologici e sviluppare campagne di marketing elettorale super-mirate. I dati utilizzati da Cambridge Analytica per creare i profili psicologici erano stati raccolti da un ricercatore universitario, Aleksandr Kogan, attraverso un’Api (Application Programming Interface) di Facebook. L’uso delle Api dei social per acquisire dati sugli utenti è stata per diversi anni una pratica di ricerca molto comune, autorizzata e monetizzata da Facebook e Twitter. Kogan, però, cedendo i dati sugli utenti di Facebook a Cambridge Analytica, ha violato i termini del servizio. Appurata la violazione, Facebook si è accontentata di una dichiarazione della società sulla cancellazione dei dati. Solo dopo le recenti rivelazioni di un ex dipendente di Cambridge Analytica all’Observer e al New York Times, Zuckerberg ha escluso la società dall’uso dei suoi servizi e ha preso una serie di contro-misure per ricostruire la fiducia degli utenti. Ha reso, ad esempio, più semplice, l’accesso al “quadro comandi” della privacy sulle sue piattaforme. E ha introdotto restrizioni significative all’accesso ai dati sugli utenti attraverso le Api. Dorsey, con Twitter, lo ha seguito su questa linea.

Queste restrizioni sulle Api hanno costretto l’International Association of Internet Researchers a intervenire pubblicamente per spiegare che – insieme a società come Cambridge Analytica e a ricercatori come Kogan – anche milioni di scienziati che lavorano nelle università di tutto il mondo non possono più accedere ai dati sugli usi sociali, politici, informativi di queste piattaforme. L’alternativa alla ricerca universitaria indipendente da interessi commerciali – svolta nel rispetto della privacy e attraverso il controllo della comunità scientifica globale – è la ricerca condotta da ricercatori “interni” o selezionati dalle big companies digitali, ad esempio attraverso il programma Social Science One, lanciato da Facebook nel 2018. Solo pochi ricercatori saranno selezionati per avere accesso a un dataset costruito da Facebook e per rispondere a un’agenda di ricerca decisa da Facebook (gli effetti delle fake news sulle elezioni).

Le contromisure adottate dalle due principali aziende di social network, per rispondere alla crisi di fiducia degli utenti e alla domanda di protezione dei dati personali, produrranno forse nuovi iscritti e forse rassicureranno, almeno per un po’, i mercati. Ma quali rischi corre una società che affida la conoscenza e l’elaborazione dei dati sui comportamenti e gli interessi di miliardi di persone a poche media companies digitali? La perdita di innocenza degli utenti dei social, dopo lo “scandalo” Cambridge Analytica, si traduce in una maggiore competenza e responsabilità nelle scelte comunicative?

Ora più che mai, nel dopo Cambridge Analytica, rispondere a queste e altre domande – attraverso il lavoro di ricercatori indipendenti e autorizzati all’uso dei dati digitali per finalità scientifiche – aiuterebbe a capire se ci accontentiamo dello smascheramento di un singolo imbroglio o se siamo finalmente
di fronte a una preoccupazione culturale diffusa sul ruolo che media companies come Facebook stanno assumendo nel racconto del mondo, usando le tracce che lasciamo sulle loro piattaforme.

*ricercatore di sociologia della comunicazione presso l'università di Sassari.

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro