segue dalla prima

Da questo fenomeno sembrano essere coinvolti territori di 210 comuni (il 56% del totale), ossia gran parte del territorio regionale. Va precisato che i sequestri di grandi dimensioni - ossia con il...

Da questo fenomeno sembrano essere coinvolti territori di 210 comuni (il 56% del totale), ossia gran parte del territorio regionale. Va precisato che i sequestri di grandi dimensioni - ossia con il numero più alto di piante - sono avvenuti in comuni tra i 2.000 e i 5.000 abitanti. Nonostante il maggior numero di operazioni sia avvenuto nei centri urbani più importanti, con l’eccezione del piccolo comune di Talana che, nel corso degli ultimi anni, è stato oggetto di un importante impegno delle forze dell’ordine, in ragione della presenza di un’organizzazione criminale che operava nel territorio. Questi scarni numeri danno l’idea di quanto il fenomeno sia diffuso, eppure, non sembra costituire ragione di allarme, come altri fenomeni presenti quotidianamente nelle agende politiche soprattutto nazionali.

Quasi sempre gli autori (ossia i custodi e manutentori) di questa proficua attività illecita sono noti, a differenza di altri reati da noi tenuti sotto osservazione, come ad esempio, gli attentati. Chi sono? Prevalentemente sono giovani, anche se il numero degli adulti intorno ai 50 anni non è trascurabile, svolgono un lavoro nei settori agricoli e pastorali e, non di rado, risultano essere anche proprietari della terra coltivata illegalmente. Una restante parte è composta da operai non qualificati, ma con una conoscenza diretta dei luoghi, e da disoccupati e precari. Dai dati in nostro possesso non abbiamo colto un nesso tra uso illegale del territorio e crisi del settore agro-pastorale che ha comportato crescita della disoccupazione nei comuni dove prevalgono queste attività, soprattutto delle aree interne. Anzi, si potrebbe ipotizzare che, quando ad essere coinvolti sono allevatori e proprietari di terra, questi contribuiscano a questa crisi, perché potrebbero costituire un elemento di concorrenza sleale verso quanti dalla terra traggono legale sostentamento.

Le basse qualifiche in termini di istruzione e professionalità lavorativa non sembrano coincidere con le capacità organizzative e tecniche necessarie per avviare e mantenere una coltivazione di cannabis, soprattutto se di vaste dimensioni, e appaiono inadeguate per gestire la trasformazione e la distribuzione del “prodotto”. Questi autori, in realtà, appaiono i manovali della criminalità, piuttosto che coloro che costruiscono l’organizzazione e la controllano e che, allo stato attuale delle cose, continuano ad essere ignoti.

Questo fenomeno andrebbe collegato a due elementi: 1. I destinatari del “prodotto” che, come sottolineato dalla Direzione centrale per i servizi antidroga, sono situati principalmente nelle province di Cagliari e Sassari, in particolare nei periodi estivi, quando il flusso turistico è più elevato; 2. il più complessivo traffico di stupefacenti, così come sottolineato nell’ultimo rapporto della DNA, secondo la quale la Sardegna, per la sua collocazione geografica, è interessata da correnti di transito verso altre regioni e Paesi,
ma è anche area di destinazione e di consumo. I due elementi confermerebbero un radicamento di organizzazioni criminali sia autoctone sia di altre regioni e straniere, così come avevamo ipotizzato fin dal primo rapporto di ricerca. E di ciò chi ci governa dovrebbe preoccuparsi.



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