Syndial, è stato un disastro ambientale

Golfo dell’Asinara inquinato, per il pm è disastro ambientale

SASSARI Si è chiusa dopo due anni di indagini l’inchiesta della procura della Repubblica di Sassari sui veleni riversati in mare dagli scarichi delle aziende del polo industriale di Porto Torres. Nelle acque del golfo dell’Asinara sarebbero finite sostanze altamente cancerogene, che avrebbero contaminato il mare e il sottosuolo. Tra i vari reati è ipotizzato anche quello di disastro ambientale.

Nei prossimi giorni, il sostituto procuratore Michele Incani, titolare delle indagini, dovrà decidere se chiedere al giudice per le indagini preliminari di rinviare a giudizio i quattro indagati. Le ipotesi di reato vanno appunto dal disastro ambientale, all’inquinamento delle acque e delle sostanze alimentari. Gli indagati sono il direttore dello stabilimento Syndial, Gianfranco Righi, il direttore della Sasol Italia, Guido Safran, l’amministratore delegato della Ineos, Diego Carmello, e il direttore della Ineos Sassari, Francesco Apeddu. Tutti devono rispondere di reati che sarebbero stati commessi tra il 2003 e il 2006, per aver violato, seconde le ipotesi dell’accusa, le leggi di tutela ambientale e della salute dei cittadini. Gli indagati hanno ora venti giorni per presentare le proprie memorie difensive.

L’inchiesta sull’inquinamento nella zona industriale di Porto Torres era iniziata dopo il blitz degli indipendentisti dell’Irs (Indipendentzia Repubrica de Sardigna), guidati da Gavino Sale, sulla collina di Miniciaredda, vicino a Porto Torres. Sito che era stato ribattezzato la collina dei veleni per la quantità di bidoni con sostanze inquinanti che erano stati interrati.

In base alle analisi dei periti, si è anche potuto appurare che quel sito, in realtà, sarebbe addirittura meno inquinato rispetto ad altre zone del polo industriale, come il bacino di calma, che si trova nel porto industriale.

Nel corso delle indagini, scoppiò il «giallo» delle cozze-sentinella. Fatte ancorare in mare dalla Procura per accertare il livello di inquinamento, sparirono misteriosamente alcuni giorni dopo. I molluschi nutrendosi trattengono le sostanze con cui vengono a contatto, quindi anche i veleni. L’obiettivo degli inquirenti, infatti, era quello di verificare attraverso i molluschi, i dati delle prime analisi di laboratorio da cui emergevano valori di inquinamento allarmanti. Una parte delle cozze era stata agganciata al pilone 27 della diga foranea del porto industriale, un’altra in mare aperto a una alla profondità di otto metri. Le diagnosi successive, se non fossero «scomparse» le cozze, avrebbero confermato o smentito l’avvelenamento riscontrato con le prime analisi di laboratorio.

Il sostituto procurate Michele Incani aveva ricevuto alla fine di aprile del 2007, una relazione tecnica di quasi duemila pagine, presentata da Giorgio Ferrari, direttore della sezione Inquinamento del magistrato delle Acque di Venezia, da Massimo Gabellini e Antonella Ausili, rispettivamente minerologo e biologa dell’Incram (Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare). La superperizia, eseguita con campionamenti e studi effettuati tra il novembre 2005 e il dicembre 2006, era così passata sotto la lente lente del titolare dell’inchiesta. A metà aprile del 2006, dopo le primissime relazioni degli studiosi dell’Icram e del magistrato delle acque di Venezia, che avevano
riscontrato diossine e idrocarburi, il pm Incani aveva iscritto tre persone nel registro degli indagati con l’ipotesi accusatoria di aver violato il decreto Ronchi. Secondo le accuse della Procura della Repubblica i tre stabilimenti non avrebbero rispettato la legge sull’inquinamento ambientale.

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