Sos per i levrieri sardi a rischio estinzione

Della specie, molto antica, rimangono solo cento superstiti

PLOAGHE. «Salvate gli ultimi cento levrieri sardi: sono a rischio estinzione». L’appello per valorizzare e rilanciare una specie che nell’isola affonda le radici in un passato remotissimo arriva da pochi allevatori e appassionati. Gli unici, o quasi, che conoscono l’esistenza di questa razza. Che, assieme ai veterinari e ai docenti universitari di Sassari, da tempo si battono anche per la tutela di altri esemplari tipici della Sardegna: i fonnesi e i molossi, cani gherradores, o da combattimento, come sono stati ribattezzati da molti.

Ma i levrieri fanno storia a sé. Risalgono con ogni probabilità a quasi tremila anni fa, all’epoca nella quale sono cominciati a sbarcare nell’isola i fenici. O forse sono giunti sulle nostre coste più tardi, sulle navi dei punici e dei cartaginesi, in fasi del periodo postnuragico datate comunque parecchi secoli prima della nascita di Cristo.

La somiglianza con quelli allevati dagli egiziani nell’antichità è ancora oggi sorprendente. Per capirlo basta osservare qualcuno degli animali scolpiti sui sarcofagi.

Nell’isola, comunque, gli ultimi cento superstiti con linee pure di discendenza sono principalmente di due varietà: una caratterizzata dal manto chiaro, l’altra dal pelo nero.
Della prima specie esistono poche decine di esemplari nella zona di Ploaghe. La seconda si è ambientata nel Sulcis-Iglesiente, oltre che in pochissime aree del Campidano e dell’Oristanese.

Spiega il docente Marco Zedda, che insegna anatomia nella facoltà di veterinaria sassarese e si è occupato della questione: «Questi levrieri sono davvero in pericolo: c’è bisogno dell’impegno di tutti per salvarli. Ricordano i cirnechi dell’Etna. Noi stiamo facendo studi sul Dna proprio per tentare di valutare diverse implicazioni tese a valorizzare le nostre specie autoctone».

«Il lavoro di ricerca dovrebbe estendersi in tre differenti direzioni», sostiene Roberto Balìa, dirigente del corpo forestale della Regione, autore di un libro in cui si parla dei cani gherradorese tra mito e storia e proprietario a Santadi di alcuni levrieri.
«Innanzitutto si tratta di confermare il loro numero preciso, individuando quanti sono i maschi e quante le femmine - puntualizza - Poi si dovrebbe ampliare l’indagine storica: nella zona archeologica di Santa Gilla sono state trovate teste di levriero in terracotta, si sa che questi cani vennero usati nel Medioevo per la caccia e altre attività di supporto all’uomo, mancano però tante informazioni più circostanziate. E l’ultimo impegno scientifico, naturalmente, andrebbe riservato alla loro salvaguardia».

La presenza di queste specie così antiche suscita curiosità oltre Tirreno. Le piste originarie che hanno portato i levrieri nell’isola vengono seguite da studiosi del Nord Italia.
A Milano in particolare gli egittologi starebbero cercando di stabilire connessioni e rapporti tra gli ultimi esemplari sardi e quelli che ancora oggi vivono in alcune regioni mediorientali.
E c’è chi fa notare come sia i primi sia i secondi assomiglino in maniera eccezionale alla figura di un cane sulla cosiddetta Navicella di Bultei, segno che persino i nuragici forse conoscevano già questi cani.

Al di là di ogni considerazione scientifica e storica, in Sardegna sono in ogni caso gli allevatori che da generazioni hanno ricevuto in eredità i levrieri a chiederne, con forza e più di altri, la tutela.

Francesco Ruiu, a Ploaghe, è uno di loro. «L’anno scorso, per invidia, credo, mi hanno avvelenato diversi cani e qualcuno l’hanno ferito a morte - dice con amarezza - Li usavo come cani da pastore e per andare a caccia. Adesso me ne sono rimasti soltanto due, un maschio e una femmina. Ma se non entriamo nella logica di proteggerli tutti, è chiaro che alla fine non resterà neanche uno».

Stesso discorso fa un altro allevatore di Ploaghe, Mauro Masala: «Li ho avuti da mio nonno, che a sua volta li aveva ereditati dai suoi avi - rileva - Oggi ne posseggo cinque: quattro maschi e una femmina, tutti purissimi».

E Baingio Sini, il professionista che cura da lungo tempo tutti gli animali del paese e dei dintorni: «Trent’anni fa ce n’erano tantissimi, ma non c’è stata un’adeguata politica di tutela e così si sono poi verificati tanti incroci che hanno minato la purezza della razza».
Sensibile al fascino di questi splendidi animali il suo collega Andrea Sarria, presidente dell’Ordine regionale dei veterinari. «Di recente a Nuoro c’è stato un convegno per esaminare le nostre popolazioni canine», osserva.

«Ritengo pertanto che da queste e altre iniziative si debba ripartire, in collaborazione con l’università, per valorizzare i levrieri sotto ogni profilo - sostiene ancora Sarria - E proprio come Ordine, in sinergia
con la facoltà di veterinaria sassarese, ci attiveremo per mettere attorno a un tavolo allevatori, ricercatori, appassionati e gli altri specialisti. La sopravvivenza di questi ultimi esemplari sardi è troppo importante perché tutti noi possiamo trascurare di fare qualcosa per salvaguardarli».

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