Bubola: "Così lavoravo con De Andrè"

Dopo la polemica innescata dalle pagine di Rolling Stones, Bubola ricorda il Faber che ha conosciuto

Sulle pagine dell’edizione italiana di «Rolling Stone» Fabrizio De André viene svelato nei tratti meno accattivanti della sua biografia. Chi era dunque De André? Tra gli artisti che hanno lavorato con Faber c’è Massimo Bubola, che ha collaborato - scrivendo testi e musiche - ad album come «Rimini» e «L’Indiano». Presente sulla scena della canzone d’autore italiana con l’album «Nastro giallo» (1976), il cantautore veronese ha accettato di parlare con «La Nuova Sardegna» di De André, ma anche del panorama attuale della musica italiana. - Dopo l’articolo pubblicato su Rolling Stone è emerso un volto nuovo di Fabrizio De Andrè. Una sorta di biografia nascosta. Cosa ne pensa? «Dopo la morte di Fabrizio è iniziata la tipica beatificazione italiana, propria di una cultura cattolica, che spesso non rivela la realtà dei fatti. Appena uno muore è subito santo. Non tutto quello che lo riguardava era così come è stato raccontato. Oggi finalmente emerge la verità sul suo carattere e sulla sua carriera artistica. Questi ultimi dieci anni sono stati caratterizzati dall’omertà e dalla santificazione in cui hanno navigato le biografie che spesso non hanno interpellato chi davvero lo conosceva. Chi ha lavorato con Fabrizio e chi ci ha vissuto, ha sviluppato nei suoi confronti sia un senso di ammirazione sia un senso critico. In tanti vogliono l’apologia, e allora che se la creino e la tengano per sé». - Il senso critico? «Fabrizio, lo ha detto anche Pagani, non ha mai valorizzato le collaborazioni con gli artisti che hanno scritto molte delle canzoni che cantava nei suoi live. E mai una volta, durante i concerti, Fabrizio ha citato gli autori di quei brani. Nell’album “L’indiano”, per esempio ha sposato il mio stile. Un’altra dimostrazione è anche il fatto che a Tempio Pausania, dove ho vissuto e scritto con Fabrizio, non sono stato mai chiamato in occasione di eventi a lui dedicati, nonostante avessimo trascorso molto tempo insieme e lo conoscessi meglio di altre cover band che invece sono state chiamate a partecipare». - Com’è il nuovo rock italiano? «Nelle band che ascolto sembra che ci sia una lacuna letteraria. Il rock ha bisogno di poesia. I grandi gruppi hanno sempre avuto al loro interno un poeta. Le nuove band parlano tra di loro, Rolling Stones e U2 si sono rivolti a tante generazioni parlando a soggetti di diverse estrazioni sociali». Da cosa si valuta la qualità di una canzone? «Anche dalla durata nel tempo. E’ come una buona macchina, se vale dura anche vent’anni». Un valore destinato all’estinzione? «Oggi in Italia è difficile fare cose di qualità: la radio e la tv non danno spazio. L’unica vetrina rimasta è Sanremo, e questo è triste. Prima c’erano più alternative, ora il movimento musicale finisce in un piccolo imbuto dove ogni anno passano poche persone». Si può ancora scegliere? «C’è chi beve l’aranciata e chi preferisce un buon vino rosso. La libertà è questa: scegliere tra cose diverse. La musica è diventata una cartina tornasole che rivela un’Italia inquinata moralmente e intelletualmente». In questo mare mosso il rock ha speranza? «Sì, nasce per raccontare la realtà. Ha una funzione rivelatrice e vale la pena dedicarsi a questo genere». Come vede la società di oggi? «Dominata dalla volontà di apparire. La condivisione di tutto
può creare alienazione, un senso di paura verso una riflessione che nasce dalla solitudine e dal silenzio». Una quiete che ha trovato in questa vacanza in Sardegna? «E’ un’isola splendida. Ha tante cose da conservare, specialmente una cultura arcaica in cui il poeta ancora ha un valore sociale».

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