Vite maledette al «Giamaica»

Il racconto degli anni della bohème milanese, da Bianciardi a Manzoni

«Badate bene, il Bianciardi degli ultimi anni era uno che alle 11 di mattina aveva già in corpo una bottiglia di grappa». Uliano Lucas sta parlando in Piazza Savoia, a Cagliari, al pubblico di Marina Caffè Noir e ha appena raccontato di averlo assiduamente frequentato Luciano Bianciardi.  Erano gli anni Sessanta e Uliano Lucas, avviato a diventare uno dei più importanti fotogiornalisti italiani, aveva poco più di vent'anni. Bianciardi l'ha incontrato al mitico Giamaica, una delle tappe del circuito alcolico dello scrittore toscano e punto di incontro di pittori che avrebbero fatto la storia artistica d'Italia: Pietro Manzoni, per dirne uno, che come Bianciardi si porta dentro una forza autodistruttiva e che, come lui - ma senza lamentarsi, beve e basta - si lascerà morire di cirrosi. Proprio al Giamaica, prima ancora di inscatolare la sua famosa "merda d'artista", Manzoni vende per poche lire alle signore che lo meritino un diploma firmato di "culo artistico". Il Giamaica è in quegli anni il locale preferito di un gruppo di pittori alcuni dei quali destinati a diventare famosi ma al momento sconosciuti e senza una lira. Ci sono anche un po' di artigiani di Brera, al Giamaica, più qualche fotografo. Una volta ci si è affacciato Sartre e mamma Lina, che gestisce il bar, se ne vanterà per anni. Dopo un periodo difficile - riprende Uliano Lucas - fatto di traduzioni malpagate, di un lavoro editoriale il più delle volte frustrante, di una tensione politica tanto generosa quanto confusa, era venuto per Bianciardi, con «La Vita Agra», il successo. Questo successo non ne faceva, però un uomo soddisfatto. Anche perché quella Milano, che era poi la Milano raccontata nel romanzo, gli si era rivelata una città dura, difficile. Difficile per chi come me cercava la sua strada - racconta Uliano- ma anche per chi come lui sembrava averla trovata.  «Il fatto è che la vita agra era veramente agra» interviene Mario Dondero. Da non molto Mario ha compiuto ottanta anni, la qual cosa gli ha meritato gli auguri festosi di tutti i maggiori quotidiani italiani, dal Corriere della Sera al Manifesto. Negli ultimi sessant'anni, Mario Dondero ha raccontato, con la sua Leica, l'Italia e il mondo.  Racconta Dondero di aver conosciuto Luciano Bianciardi prima ancora dell'arrivo dello scrittore a Milano, quando faceva il bibliotecario a Ribolla, in Maremma. Dondero era lì per fotografare gli ultimi Giurisdavidici, i seguaci di quel David Lazzaretti che circa ottant'anni prima, in quelle terre, aveva diffuso un suo originalissimo credo fatto di socialismo utopistico e Vangelo. Racconta Mario: «Ci dissero che su quel pazzo di Lazzaretti e sugli ancora più pazzi suoi seguaci di oggi c'era il professor Bianciardi che sapeva tutto. Rintracciammo Bianciardi e lui non solo sapeva tutto ma fu gentilissimo e ci portò dai Giurisdavidici. Così, quando qualche anno dopo si trovò a cercare una stanza a Milano, fui io che lo indirizzai alla pensione di via Solferino».  Stavano in quella pensione tre fotografi: Dondero, che divideva la stanza con Ugo Mulas, e Carlo Bavagnoli, il Carlone di La Vita Agra. In reltà Ugo Mulas non era ancora fotografo, pensava allora di essere un poeta. Fu Dondero - come lui stesso ha raccontato a Pino Corrias in una bella biografia di Bianciardi (Vita agra di un anarchico) - non solo ad avviarlo alla fotografia ma a procurare, in prestito, due macchine fotografiche e un po' di soldi con cui i due, nel 1954, decisero di andare a fotografare la Biennale di Venezia. Il viaggio, racconta Dondero, lo facemmo sul cassone di un camion che portava le copie di "L'Unità". «Arrivammo a Venezia all'alba. Faceva un freddo cane, ma la luce era incantevole. Il vaporetto ci lascia in San Marco, piazza deserta. Passa una sola persona, lo guardiamo, è Ungaretti». Ascoltiamo rapiti e coinvolti nella nostalgia il racconto della Milano di Dondero e Lucas, ma poi il rovello ritorna agli ultimi anni della vita agra di Luciano Bianciardi. E' stato il senso di colpa a spingerlo all'autodistruzione, dice Dondero: succede se si lasciano moglie e figli a Grosseto e si corre l'avventura della città piena di luci, di una nuova vita che ti trascina in un gorgo di attese e frustrazioni, di una nuova donna che ti incanta ma anche lei poi ti delude. Uliano Lucas la vede diversamente e parla di una Milano capace di generare rabbia e disillusione in chi vede il suo impegno politico e intellettuale inghiottito dal commercialismo della nuova industria culturale. Pino Corrias ha messo insieme le due cose parlando di "smarrimento delle radici".  Bianciardi muore il 14 novembre 1971, nella stanza 305 dell'ospedale San Carlo di Milano, distrutto dall'alcol. Non ha ancora compiuto 49 anni. Aveva scritto nella «Vita agra»: «Io voglio un funerale all'antica, un funerale laico, ma di una certa solennità. Non ci voglio i preti ma gli ex preti ce li voglio, ci voglio quelli che hanno buttato la tonaca alle ortiche e si sono fatti comunisti, pur restando preti nell'animo. Ne voglio quattro di questi preti spretati e togliattizzati, e poi voglio due cavalli neri col pennacchio in capo, due critici letterari a cassetta, ai quattro cordoni del carro ci voglio nell'ordine uno storico, un
critico d'arte un funzionario di casa editrice e un redattore di terza pagina. Deve essere un bel funerale». Non sarebbe stato così il funerale di Bianciardi. Quattro persone venute a salutarlo sullo spiazzo di fronte all'ospedale San Carlo e un furgone funebre che si allontana, diretto a Grosseto.

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