Piccoli produttori fanno vini da sogno

Gli esempi di Gostolai di Oliena, Panevino di Nurri e Giovanni Montisci di Mamoiada

 SASSARI. Sono piccoli ma fanno grandi vini. Lo dicono le guide del 2012 appena uscite. Certo con differenze e accenti diversi. Ma la novità enologica di quest'anno, per quanto riguarda la Sardegna è proprio questa: piccole aziende, spesso con un vigneto di meno di due ettari riescono a produrre vini che dividono il podio più alto della classifica con i grandi rossi blasonati della Toscana.  Sembra un sogno ma non è così: un Cannonau di Sardegna (come il Sonazzos 2007 di Gostolai di Oliena) che conquista un punteggio di 19/20 nella Guida dei vini d'Italia dell'Espresso 2012, esattamente quanto un paio di Brunello di Montalcino. Con una differenza sostanziale: il Sonazzos 2007 lo potete trovare in commercio a 6,50 euro, per il Brunello con lo stesso punteggio in Guida, dovete sborsare parecchi bigliettoni.  Ma che particolarità ha, in fondo, questo Sonazzos? «Profumi eterei e un po' velati all'inizio,- si legge nella guida dell'Espresso- note di fragoline di bosco più nitide con l'aria; bocca sapida e profonda che "baroleggia" nettament, tannini profondi e fini, bellissimo frutto, molto persistente del finale».  Ma il Sonazzos non è l'unico vino premiato dell'azienda di Tonino Arcadu: il Nepente D'Annunzio 2006 ha ottenuto 17/20 esattamente come il Nepente di Oliena Riserva 2005 e il Nepente 2009, mentre «Sos Usos de una ia» 2007 ha meritato 16/20 mentre il Rosa'e Monte 2008 ha avuto 15,5/20.  «Da 5/6 anni- racconta Tonino Arcadu di Gostolai - sto lavorando sulle lunghe macerazioni (da dieci a venti giorni) e uso una selezione di lieviti autoctoni, quelli che rimangono in vita dopo un trattamento con solforosa. Ma la differenza rispetto ai vini che facevo in passato è proprio questa, i lieviti. Ormai non compro più quelli commerciali».  Tonino Arcadu studia la vitivinicultura sarda e da tempo è convinto che molti vitigni siano realmente autoctoni. «Non solo - dice Arcadu- ormai ci sono prove inconfutabili che 1400 anni prima di Cristo esisteva una notevole varietà di viti domestiche. Il che significa che le viti selvatiche dalle quali originavano erano di molte centinaia di anni prima. Noi dovremmo riuscire a valorizzare questo nostro patrimonio anche in senso promozionale. Abbiamo la possibilità di dimostrare la reale specificità della nostra viticoltura, dimostriamolo».  Una delle aziende premiate dalla Guida dell'Espresso che destoano maggiormente la curiosità di critici e sommelier è «Panevino» di Gianfranco Manca di Nurri. E non solo perchè il suo «Però Tankadeddu» ha ottenuto 18/20. Ma perchè si tratta di un vino ottenuto senza ricorrere a tecniche particolari. «Non ho mai dato i campioni per la degustazione- dice- Non so chi li abbia dati. Il vino lo faccio da me, non sono un tecnico, anzi mi sento ignorante. Ho visto, quando ero piccolo, come lo faceva mio nonno Francesco. Non credo a questi discorsi sul vino che deve parlare del territorio. Ma l'avete visto il nostro territorio? Spesso è straziato dagli incendi e dall'uomo... No, io cerco di fare un vino che somigli a me e al mio mondo. Non voglio enologi, mi farebbero un vino simile a quello che fanno per altri. La vigna è un piccolo mondo e le viti non ti chiedono come voti o come la pensi, ti regalano uva e basta. Senza troppa letteratura. Non parliamo poi di lieviti selezionati. Con quale criterio ne escludo alcuni e ne accetto altri? Mi fido della natura, quel che offre è molto di più di quanto possa ricavare io con le mie selezioni».  «Io- prosegue Gianfranco Manca - faccio vino e pane civraxiu col lievito naturale che vendo ai gruppi di acquisto. Civraxiu perchè è un pane che si divide con gli altri, mica come la michetta. Ho un rapporto con la terra diversa da quella che può avere un architetto che si è comperata la vigna perchè è di moda. I miei vini nascono da progetti culturali non enologici. Spesso sono frutto delle animazioni teatrali che faccio nelle scuole e delle discussioni che faccio con i ragazzi. Da una discussione sul bullismo può far nascere (come è successo) un Cannonau con note floreali e gentili, l'esatto contrario di un vino in berritta e gambali. Può piacere o meno, può avere dei difetti ma è il mio vino, l'ho fatto io. Succede come per le persone: una può avere pochi capelli, una gamba così o un braccio cosà. Ma magari è il primo amico che chiamo per andare a teatro o assaggiare una bottiglia nuova».  Un altro personaggio che merita di essere conosciuto è Giovanni Montisci di Mamoiada, il suo Barrosu 2008, un Cannonau di Sardegna ha ottenuto 18/20 nella Guida dell'Espresso 2012. Poco meno di due ettari di vigneto, una parte con viti di 80 anni, l'altra più giovane solo mezzo secolo. Giovanni, ex meccanico, decide di fare solo il viticultore nel 2004. «Il vino lo facevo anche prima- dice - ma nel 2004 ho deciso di imbottigliarlo». A Montisci non interessava fare un prodotto qualunque, voleva un vino naturale, rigorosamente
biologico. Ed ecco un vino simile a un «Porto Vintage» con «profondi e complessi profumi di uva surmatura». «Non abbiamo enologi. Facciamo tutto in famiglia- dice- vendemmiamo io e mia moglie che ha anche il compito di incollare le etichette sulle 5-6 mila bottiglie della nostra produzione».

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