Delitala, cronista a tutto campo

L'esordio come giornalista sportivo, poi la passione per la «nera»

A voler mettere insieme un ritratto di Antonio Delitala che in qualche misura davvero gli somigli, il difficile è decidere da dove cominciare. Perché se è vero che la sua professione della vita è stato il giornalismo, è vero anche che l'uomo era di un attivismo straordinario, quello che lo ha portato a vivere una quantità incredibile di esperienze.  Giornalista, sì: ma è stato anche portiere della mitica Plubium Ploaghe e della Josto Turritana di Sassari (e da giornalista sportivo mi ricordo un suo incontro ravvicinato con l'allenatore Leonardi negli spogliatoi dell'Acquedotto).  Giornalista, sì: ma è stato anche consigliere comunale di Sassari eletto nelle liste della Democrazia cristiana e anche assessore comunale, sino alla candidatura nelle ultime elezioni per Palazzo Ducale; giornalista, sì: ma anche saggista su temi politici come quelli dell'Europa unita («Arcipelago Europa», 1985).  Giornalista, sì: ma anche studioso dei problemi della comunicazione, come quando fu collaboratore, nella Facoltà di Magistero sassarese, dell'indimenticato padre Taddei, che aveva portato a Sassari la pionieristica cultura (soprattutto cinematografica) del circolo milanese di San Fedele (ne nacque il suo primo saggio, «Il muro di carta», 1985, dedicato al linguaggio dei quotidiani).  Giornalista, sì: ma anche scrittore, cui i lettori della «Nuova Sardegna» sono debitori dei nove volumi della collana in cui ha raccontato i più famosi delitti passionali della storia giudiziaria di Sardegna. Giornalista, in molte testate e in diversi ruoli. Caratterizzato da tre virtù eminentemente professionali: una insaziabile curiosità non solo di quello che succedeva ma soprattutto di quello che poteva maggiormente interessare a un suo lettore ideale (che era un lettore «popolare», in qualche misura l'anziano lettore di paese che frequenta il giornale al bar o dal barbiere); una disinvoltura e abilità di approccio che lo metteva sempre rapidamente dentro la notizia; una eccezionale velocità di scrittura. Lì mi è capitato di conoscerlo, in quella specie di gara contro il tempo che faceva spesso (non so se si debba dire sempre, perché io l'ho conosciuto soltanto in queste missioni impossibili), e che aveva cominciato già quando frequentava il Liceo «Azuni», squadernando ogni volta in tempi da record i suoi compiti in classe d'italiano.  Classe 1941, figlio di un grande chirurgo sassarese come il professor Palmerio, laureato in Filosofia, ho avuto modo di lavorare con lui in un simpatico giornale del lunedì, «La Gazzetta sarda» di Giovanni Sebastiano Pani, che fungeva anche da settimo numero della «Nuova» (come diceva la sottotestata, ma era un regalo dell'avvocato Satta Branca in attesa che la «Nuova» se lo facesse direttamente lei). Delitala, sicuramente non ancora vent'anni, «faceva» la Torres. Che voleva dire due cose: primo, scrivere l'articolo più importante del giornale, che come tutti i giornali del lunedì aveva un pubblico di lettori quasi soltanto sportivi; secondo, per come era allora la tecnologia della stampa nelle piccole città, scodellare l'articolo lungo, doveva occupare una pagina intera - nel minor tempo possibile, perché il lavoro fra linotype e rotativa aveva tempi lunghi. Credo che quella sia stata la prima esperienza giornalistica di Delitala. Continuata poi tutta la vita, con al centro un lungo periodo di lavoro (nei rovelliani anni Settanta) alla «Nuova Sardegna», dove fu cronista molto versatile, inviato speciale e poi anche redattore capo. Quando andò via dalla «Nuova» il giovane avventuroso editore Bozzo lo chiamò prima a dirigere una sua tv «libera», come si diceva allora, che si chiamava Radiotelefinsar, e poi addirittura un quotidiano che nel titolo, «L'Isola», cercava di bissare il consenso del quotidiano fascista sassarese (ma era, quello, un consenso piuttosto vincolato). Quindi fu addetto stampa della Banca Popolare di Sassari e poi all'Ufficio stampa del Consiglio regionale. E ora viveva una sua nuova incarnazione come giornalista televisivo, a fianco della moglie Ilaria Mura, redattrice di «Studio aperto»: in pochi giorni era arrivato ad essere il protagonista di un programma «Quarto grado», specializzato in quella cronaca polisco-giudiziaria di cui aveva mangiato da giovane il pane di tutti i forni.  Così era diventato il centro di ogni trasmissione sul «caso Melania», subito amico di Salvatore Parolisi che dal carcere riversava solo sulla sua casella di posta elettronica emozionanti e-mail di dichiarazioni. La settimana scorsa
aveva avuto un infarto, lì a Piacenza dove ora stava.  Uscendo dalla terapia intensiva aveva telefonato per dire che sarebbe stato alla «Nuova» fra qualche giorno, a parlare di un'altra serie di delitti che aveva già cominciato a raccontare. E' volato via di fretta, come gli era piaciuto vivere.

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