Aria nuova ai vertici Fasi, il testimone passa nelle mani di una donna

ABANO TERME. Fasi in rosa: le donne sarde hanno preso alla lettera le aperture nel mondo dell'emigrazione e sono riuscite a conquistare il potere. Stasera con ogni probabilità sarà eletta presidente Serafina Mascia, in modo ufficioso candidata in pectore sin dalla vigilia del 5º congresso della Federazione dei circoli in Italia. Ma non è l'unico segnale di rinnovamento. Insieme con l'avanzata dei giovani nel movimento, altre donne trovano sempre più spazio nella dirigenza dei circoli e nella stessa segreteria nazionale della Fasi.

Un processo forse un tantino lento ma inarrestabile, quello dell'altra metà del cielo. E non c'è da stupirsi: sono proprio le donne sarde oggi a ricoprire le posizioni di maggior responsabilità nel lavoro in decine di città italiane.  Donne imprenditrici. Donne al lavoro come professioniste. Operatrici culturali. Manager aziendali. Spesso impegnate in politica nei consigli comunali e regionali. A ogni modo, ancora più pronte di tanti uomini a dare battaglia. E a farlo su temi concreti, stringenti.

«Per la Fasi in queste ore comincia una nuova aurora - dice Gemma Azuni, dell'associazinismo romano, assistente sociale figlia di sardi emigrati verso la capitale nel 1965 - La componente femminile è essenziale per affrontare e risolvere i troppi problemi che assediano l'isola. Disoccupazione, povertà, imprese strette nella morsa di Equitalia, altre strozzate dalla legge sui mutui-beffa in agricoltura, caro-traghetti, varo tardivo della flotta sarda: su tutte queste emergenze avremmo voluto sentire risposte dalla giunta regionale, oggi assente con il suo presidente Ugo Cappellacci. Ma l'intero esecutivo, a Cagliari, stia pure tranquillo: d'ora in poi dovrà vedersela anche con noi emigrate».

Non una dichiarazione di guerra, insomma, ma qualcosa di molto simile sottolineata da malumori in sala. Evocata e riecheggiata più volte nella sala convegni dell'Hotel Alexander di Abano Terme attraverso voci di donne che raccontano le loro esperienze, sofferte e felici. Storie minime solo in apparenza. Inserite nella grande storia di un esodo che dal secondo dopoguerra, dopo il «disterru» dei primi del Novecento, continua incessante con la nuova fuga di cervelli e supertecnici. Un allontamento dalla terra d'origine che coinvolge numerosissime studentesse, giovani ricercatrici, neolaureate in medicina, veterinaria, agraria, scienze biologiche e naturali. Come ironicamente puntualizza durante i lavori la consigliere regionale del Pd Francesca Barracciu, nel caso della Federazione degli emigrati le donne non dovranno così ricorrere al Tar per ottenere una rappresentanza al femminile, «al contrario di ciò che è stato necessario fare per la giunta sarda precedente all'attuale, interamente composta da uomini».

Punture di spillo e bordate ad alzo zero contro la guida della Regione Sardegna, in effetti, caratterizzano parecchi altri interventi delle donne Fasi. Pierangela Abis, del circolo di Milano, ricorda come nell'isola siano state solo le donne a reggere in controtendenza l'aumento costante della disoccupazione: «Mentre il numero complessivo dei senza lavoro cresce in continuazione - afferma citando dati dell'istituto Krenos riferiti al triennio 2008-2010 - aumenta l'occupazione femminile».

«Saranno allora proprio le donne a salvare l'isola in mancanza di misure pubbliche adeguate?», si chiede concludendo il suo intervento.  E Adelasia Divona, responsabile culturale del circolo di Udine, incalza: «Posso dire di far parte della cosiddetta emigrazione intellettuale. Sono andata via all'età di 19 anni per trasferirmi in Friuli. Oggi ne ho 36 e non vedo alcuna opportunità di tornare. Perché nessun rientro è possibile. Anche con i master and back. Anzi, vedo che la giunta regionale ora finanzia altrove progetti e iniziative discutibili anziché pensare ai suoi giovani».

Concetti ripresi, in un ponte ideale che va al di là dell'Italia sin dall'altra parte dell'oceano, da Margherita Tavera, figlia di Cosimo, che lasciò Ittiri nel 1955 per il Sudamerica. Lei adesso è presidente della Federazione dei sardi in Argentina. E, prima della cena tipica curata dal gastronomo thiesino Giovanni Fancello e dal cuoco dorgalese Lino Ruiu per 400 ospiti, tiene
a dire tra gli applausi: «Sono qui solo per un saluto e per far capire a tutti che oggi, in un percorso al contrario, i sardi nel mondo sono una risorsa che può portare grandissima ricchezza alla nostra terra».

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