L'inchiesta sui Nocs parte dal sequestro fatto da Moro e Farina

 NUORO. Sarebbe nata la notte del 17 ottobre del 1997, dopo il conflitto a fuoco con la banda di sardi che aveva sequestrato l'imprenditore di Brescia Giuseppe Soffiantini, la presunta struttura «parallela» dei Nocs svelata nei mesi scorsi da Repubblica.  Un'inchiesta che ha innescato un'indagine amministrativa e che ora potrebbe portare a ulteriori sviluppi. Quella notte del 1997 un reparto dei Nocs si scontrò nella zona di Riofreddo, ai bordi della strada Roma-Pescara, con una banda capitanata da Mario Moro, originario di Ovodda, il quale aprì il fuoco con un Kalshnikov quando si accorse di essere caduto in una trappola. Riuscì però a fuggire (venne ferito e catturato qualche giorno dopo con i suoi complici) dopo aver abbandonato l'arma. Sul terreno rimase però l'ispettore dei Nocs Samuele Donatoni: secondo la versione dei fatti fornita dai reparti speciali della polizia, l'agente era stato colpito da uno dei proiettili, mai recuperato, esplosi dal Kalashnikov di Moro, penetrato da una coscia e fuoriuscito dalla parte superiore del corpo. Questa versione, nonostante fosse stata ritenuta poco credibile dal medico legale nominato dal pubblico ministero, venne presa per buona dalla prima corte d'assise di Roma presieduta da Francesco Amato (a latere Giancarlo De Cataldo, attualmente anche scrittore di libri gialli) che condannò all'ergastolo per concorso morale nell'omicidio il latitante di Arzana Attilio Cubeddu e a 25 anni Osvaldo Broccoli e Giorgio Sergio, gli uomini che la notte di Riofreddo erano con Mario Moro. Quest'ultimo era morto in ospedale due mesi dopo la cattura a causa delle ferite riportate in una seconda sparatoria. Numerosi altri imputati sardi vennero invece condannati per il rapimento dell'industriale bresciano.  Dopo la conferma della sentenza sembrava che niente dovesse scalfire la versione dei Nocs, ma una ben diversa verità emerse da una imprevista «coda» giudiziaria: il processo, per il solo omicidio Donatoni, all'ex latitante Giovanni Farina, originario di Orune. Farina, catturato in Australia nel 1998, veniva giudicato a parte perché estradato quando il primo processo era già terminato. Il presidente della quarta corte d'assise di Roma Mario Almerighi, alla luce delle incongruenze emerse durante il dibattimento, affidò una serie di nuove perizie, poco soddisfatto delle versioni fornite da alcuni dirigenti del gabinetto nazionale della polizia scientifica, che aveva svolto tutti i rilievi. Al termine del processo la corte d'assise - dopo aver smontato pezzo per pezzo la versione dei Nocs - assolse Giovanni Farina dall'accusa di concorso in omicidio (l'ex latitante era stato però già condannato definitivamente a 28 anni per il rapimento) e rinviò gli atti alla procura generale di Roma per procedere «contro i responsabili di gravi attività e omissioni, inquinamenti probatori e false o reticenti dichiarazioni». Secondo la perizia, infatti, Donatoni era stato colpito da distanza ravvicinata dal proiettile esploso da una pistola Beretta calibro 9 in dotazione alle forze dell'ordine e il suo corpo spostato per dare la colpa alla banda di sardi. In oltre duecento pagine di motivazioni, i giudici dichiararono invece attendibile la testimonianza del dirigente della Criminalpol Nicola Calipari (poi morto in Iraq colpito da «fuoco amico» americano), che aveva smentito uno degli agenti presenti sul luogo del conflitto.  Secondo Repubblica fu proprio a Riofreddo, col corpo di Donatoni ancora a terra, che venne sancito l'accordo di ferro per tacere la verità. «Accordo - scrive il quotidiano - che negli anni è degenerato, lasciando nelle mani di "chi sa" un potere abnorme all'interno dei Nocs».  La vicenda potrebbe trovare un nuovo scenario giudiziario in occasione dell'ennesimo dibattimento per l'omicidio dell'ispettore. Osvaldo Broccoli - sulla base della sentenza Farina - ha infatti chiesto, e probabilmente otterrà, la revisione del processo. Uno scenario nel quale potrebbero tornare alla ribalta le omissioni sottolineate dalla quarta corte d'assise. «Due elementi del tutto trascurati in passato - precisavano i giudici nella seconda sentenza - quali le registrazioni radio tra gli agenti operanti e le macchie di sangue trovate
nella zona dove Donatoni fu colpito, smentiscono in radice la versione dei fatti resa dagli agenti Sorrentino e Miscali. Questa circostanza contribuì sin dagli inizi degli accertamenti di polizia giudiziaria a depistare le indagini».  

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