Quando i tedeschi spararono al Redentore

Una foto ingiallita svela la storia di un attentato tenuto nascosto per mezzo secolo

 NUORO. La statua del Cristo Redentore che troneggia sulla cima del Monte Ortobene è da oltre un secolo, essendo stato inaugurato il 29 agosto del 1901, il monumento artistico-religioso più importante della città. L'emblema della fede e della devozione non solo strettamente legato ai nuoresi, ma anche delle popolazioni di molti paesi del comprensorio. Ed in qualche misura anche della Sardegna. Lo testimonia la larghissima partecipazione dei gruppi in costume, provenienti ad agosto da tutta l'isola per partecipare, in onore del Cristo, alla sfilata delle migliaia di costumi lungo le principali strade del capoluogo barbaricino. Nessuno, dunque, avrebbe mai pensato che qualcuno avesse osato portare offesa al Principe della pace.  Non si è trattato, nella fattispecie, di idolatrarne l'affetto, ma di un autentico atto sacrilego consumato nella seconda guerra mondiale da alcuni soldati tedeschi di un reparto in ritirata, che tentava di raggiungere il porto di Olbia. Un gruppo sbandato di militari aveva raggiunto il Monte Ortobene e qui, vagabondando nei boschi - racconta lo storico fotografo cittadino Nicola Porcu - si era imbattuta nella gigantesca statua. Forse impauriti, forse indispettiti dal tradimento degli italiani, si sono fatti prendere dalla rabbia sparando una raffica di mitra contro il monumento, producendo alcuni fori sul mantello bronzeo del Cristo. I segni, come testimonia la foto scattata anni dopo dall'impareggiabile Nicola, oggi si notano leggermente.  Negli anni Cinquanta, racconta il paparazzo nuorese, furono chiamati ad intervenire sulla statua del Redentore, sulla quale erano affiorate alcune fenditure, due meccanici. Preoccupati per l'equilibrio del monumento, gli amministratori comunali chiesero la collaborazione del presidio militare dell'artiglieria. Si trattava di Santandrea Brotzu e Annico Sanna, che provvidero ad applicare due staffe in bronzo (come si vede nella foto in alto a sinistra) in modo da "legare" le due parti del blocco della statua che minacciavano di staccarsi. In quella stessa occasione i due operai della direzione artiglieria provvidero a coprire con palline di piombo e rame i tre buchi prodotti dai proiettili della sventagliata. Riparazione, anche se fatta grossolanamente, che non è stata quasi mai notata dai nuoresi. La notizia dell'"attentato" al Redentore, infatti, è stata tenuta segreta dalle autorità cittadine.  L'episodio, sconosciuto ai più, lo hanno registrato solo in pochi. Oltre agli amministratori della città allora in carica, ne hanno preso coscienza i componenti delle famiglie degli operai che hanno curato la riparazione, con l'ordine di tacere, e poche altre autorità. Nicola Porcu, testimone disincantato dell'evoluzione storico-sociale della città, negli anni, ha anche fotografato la moltitudine dei penitenti che, talvolta senza scarpe, percorrevano i circa sette chilometri che dividevano la città dalla statua a piedi nudi. Per poi arrivare in cima al Monte Ortobene con gli arti feriti e sanguinanti. Tra i suoi documenti Nicola non ha tralasciato di annotare che le croci in ferro posizionate lungo il percorso per indicare la sosta dei pellegrini per recitare le preghiere, erano ben 14. Le stesse furono piazzate nel 1908. A realizzarle fu il fabbro Merzioro Solinas, che donò la prima e l'ultima, mentre le rimanenti furono realizzate e regalate da altri artigiani.  C'è poi la simpatica storia della ringhiera in ferro commissionata dal Comune ad alcuni fabbri, da sistemare intorno alla sommità del tronco di cono sul quale si erge il piedistallo dove sta la statua del Redentore, alta 7 metri, quale protezione per i visitatori e i pellegrini che rendevano omaggio al Cristo e che nel contempo spaziavano, ammirati, il paesaggio, fino a Monte Gonare. Il lavoro fu affidato ad alcuni fabbri e muratori nuoresi. A lavoro ultimato i lavoratori in questione pretesero legittimamente il pagamento per la loro prestazione. Il comune tentò di tergiversare, facendo capire chiaramente che si trattava di un omaggio al Redentore. Cosa che però non andò giù ai lavoratori. Dopo aver atteso di riscuotere il dovuto per alcune settimane, i prestatori d'opera decisero di ribellarsi. Detto fatto progettarono di smantellare la ringhiera che, una volta realizzata, era stata installata tutt'intorno al piedistallo sul quale troneggia il monumento. Azione demolitoria che però non fu affatto fortunata, preso atto che uno degli operai impegnati a smontare la recinzione ci rimise un dito, tagliato di netto durante l'opera di smantellamento.  La statua del Redentore, quale prestigioso monumento artistico-religioso, insieme alle chiese di Nostra Signora delle Grazie, della Madonna del Rosario, della Solitudine (ricostruita negli anni Cinquanta), di Su Serbadore, del convento dei Francescani di viale Manzoni, Santu Caralu, Nostra Signora di Valverde e della Madonna del Monte Ortobene, tutte del 1600, mentre risalgono al 1800 quelle della Beata Vergine del Carmelo e della cattedrale Santa Maria della, Neve che datano 1800, sono i segni e le testimonianze del passato della capitale delle Barbagie. Si tratta soprattutto delle radici civili e religiose, attraverso le quali si sottolinea il senso di appartenenza alla comunità nuorese. Ed ognuna di queste antiche monumentalità ha una sua storia.  Quella del Redentore, è la più recente, considerato che risale all'iniziativa di Papa Leone XIII per celebrare l'Anno Santo nel 1900. Il pontefice, in quella occasione aveva affidato ad un comitato romano, presieduto dal Cardinale Domenico Jacobino, il compito di far collocare su 19 cime di altrettante montagne di tutta Italia, tanti quanti erano i secoli della Redenzione, quali testimonianze del secolo XX al Principe della Pace.  Sulla storia della statua in bronzo realizzata dallo scultore napoletano Vincenzo Jerace, commissionata ad un apposito comitato costituito da illustri cittadini nuoresi nel settembre del 1899, coordinato dapprima dal vescovo monsignor Salvatore A. Demartis, fu presieduto successivamente dall'avvocato Francesco Mura, sono stati scritti libri e prodotti una serie di atti documentali che ne hanno illustrato tutte le varie fasi.  Oggi, grazie alla disponibilità e alla preziosa collaborazione di Nicola Porcu, fotografo nuorese che da sempre registra con emozionanti immagini lo storico processo di crescita e trasformazione urbanistico-culturale della città, e con essa l'evoluzione dei modelli di vita, possiamo disporre di altri documenti. Molti i racconti fotografici sui nuoresi, ricchi e poveri, intellettuali e analfabeti, che hanno contribuito a fare la storia del capoluogo delle Barbagie.  Nicola Porcu, nella sua cruda e talvolta semplicità operativa, con la sua preziosa macchina fotografica è stato
disincantato testimone dei tempi che cambiavano, registrando ogni mutamento e immortalando persone e cose di una città indiscutibilmente povera, ma ricca di persone intelligenti, forse un pò austere e fiere nel carattere, ma sempre pronte a tenere alto l'onore e l'amore per le origini barbaricine.

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