Ventimila firme per il marchio unico

Presentata in Regione dalla coldiretti la proposta di legge popolare «Compra sardo».
Obiettivo: conservare e valorizzare i prodotti tipici certificati e dare una spinta all'economia dell'isola

CAGLIARI. Quindici scatole, ventimila firme raccolte, un contorno di dame e cavalieri che indossano i costumi tradizionali della domenica, in sottofondo fisarmoniche e launeddas. La presentazione della proposta di legge «Compra sardo, per conservare e valorizzare i prodotti dell'isola» è stata una festa, sotto i portici del consiglio regionale. Una festa popolare. «La Sardegna - ha detto Modesto Fenu del comitato promotore Identità e Futuro - ha risposto con passione al nostro appello lanciato un anno fa. Ora spetta alla politica fare la sua parte».

Sarebbe una svolta se la filiera agroalimentare avesse finalmente un marchio unico, identitario e di qualità. Vorrebbe dire sbarrare la strada, una volta per tutte, alle contaminazioni, ai tentativi sempre più selvaggi di plagio. «È dal marchio - ha detto Marco Scalas, presidente regionale della Coldiretti - che le produzioni agricole isolane devono ripartire. Lo slogan Compra sardo è indirizzato prima di tutto al mercato locale. Dobbiamo recuperarlo se è vero, come dicono le statistiche, che da Olbia a Cagliari solo il 35 per cento dei consumatori grattugia il pecorino romano sui malloreddus. Preferiamo il Reggiano, lo straniero, e questa è una colonizzazione che dobbiamo sconfiggere. Non solo con questa legge ma anche con una capillare educazione alimentare in difesa della nostra biodiversità». Oltre all'offesa del parmigiano, c'è dell'altro che grida vendetta: i sardi spendono 18 milioni l'anno per acquistare pane forestiero e pre-cotto, oppure sette bistecche su dieci che acquistano sono d'importazione e lo stesso accade con frutta e ortaggi sempre più spagnoli, francesi e sudamericani.
«È il fenomeno della tavola globalizzata - ha denunciato Luca Saba, direttore regionale della Coldiretti - e dobbiamo opporci non con misure protezionistiche, finirebbero sotto il tallone dell'Unione Europea, ma attraverso la consapevolezza che spetta a noi essere i primi difensori della nostra agricoltura». Un esempio natalizio non guasta: basterebbe che ciascun sardo consumasse il 25 dicembre un prodotto indigeno, per produrre 10 milioni di fatturato che rimarrebbero nell'isola.
La raccolta delle ventimila firme - consegnate ieri al presidente del consiglio regionale Claudia Lombardo - è un segnale che «nelle nostre tradizioni - ha continuato Fenu - non vogliamo essere conquistati e crediamo ancora nel valore aggiunto delle produzioni locali certificate». Certificate proprio dal marchio «Compro sardo», che «permetterà una tracciabilità immediata e trasparente di ogni prodotto».

Senza scatenare la suscettibilità dell'Unione Europea, come ha detto il presidente della Regione Ugo Cappellacci, in prima fila sotto il gazebo del comitato insieme all'assessore all'Agricoltura, Oscar Cherchi: «Ma adesso sulla spinta forte di questa iniziativa popolare abbiamo un grimaldello in più per difendere la filiera
agroalimentare». La speranza è che, all'indomani della festa e delle launeddas, gli scatoloni e le ventimila firme non finiscano dimenticati in uno stanzino del consiglio regionale. Sarebbe una figuraccia.

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