Leggere con zappa, rastrello e vocabolario

Antonio Puddu torna per regalarci «L'orto degli alveari»

Il 2012 della letteratura si apre in Sardegna con un gradito ritorno. A dieci anni dall'ultimo romanzo («Dopo l'estate», Bastogi) riecco Antonio Puddu che nel 1968 con «Zio Mundeddu» si aggiudicò il premio Grazia Deledda Opera prima. Adesso - con più acuta riflessione e collaudata opera di lima - propone, sempre per Bastogi, 130 pagine di cronaca e psicologia contadina con una copertina europea che raffigura «Le spigolatrici» di Jean Francis Millet. Quadro conservato al Musée d'Orsay di Parigi, ma che ben approda ai piedi della reggia nuragica di Barumini, sulle colline, le pianure, i personaggi della Marmilla di Siddi dove è ambientato «L'orto degli alveari» che «era di don Terenzio, ma custodito da zio Savio».

Della campagna si raccontano riti e miti, la spontaneità e i segreti, se ne fissano le ore e i giorni, si esaltano dolcezze e crudeltà. Trovate l'elegia di un cielo dove «in alto passava una striscia lunga di uccelli minuti fitti come una miriade di fosforescenti puntini dentro una lama di sole che irrompe in penombra». Ma vi imbattete nella storia della Sardegna agrosilvopastorale con le immancabili risse violente «di pugni, di calci e di bestemmie», e poi delitti e galere, coltelli insanguinati, omicidi sventati al lume della ragione, tentativi di mediazione fra grandi proprietari terrieri e pastori senza terra, fra leggi scritte e codici come quelli barbaricini di Antonio Pigliaru. Non è cronaca nera dalla Barbagia delle vedove del mitra. Né noir né thrilling. È cronaca bucolica ma altrettanto tormentata nei sentimenti espressi e repressi. Lo scenario non è più solo quello arcaico di Zio Mundeddu. La Sardegna con «L'orto degli alveari» è da terzo millennio. L'altopiano di Siddi è sacro a Puddu come un monte Tabor. Racconta di giovani che sognano di varcare il Tirreno, compaiono tatuaggi, radioline auricolari, macchine che devono viaggiare con i fari accesi anche sotto il sole che acceca. C'è un mondo moderno che convive con «le grida di una donna più forti degli spari».

Questo romanzo, pagina dopo pagina, con un crescendo che pulsa fortissimo negli ultimi capitoli riservando sorprese che talvolta fanno tirare un sospiro di sollievo, ci riporta all'eleganza classica, al piacere della buona lettura. Alla scrittura meditata, sofferta, alle parole soppesate - come dicevano i latini di Varrone - «col bilancino dell'orafo». È come ritrovarsi a leggere Giuseppe Dessì o Antonio Cossu, Salvatore Satta, Peppino Fiori o Salvatore Mannuzzu.

Puddu - giunto a 78 anni, ben portati, casa a Cagliari e cuore nel paese dov'è nato e cresciuto tra lessici nobiliari e imprenditoriali - rifiuta la produzione purché sia di libri a tutti i costi. Non scrive su richiesta mercantile di un editore, ma si presenta al pubblico solo perché ha maturato cose dentro, e le vuol raccontare. Perché i rapporti sociali mutano anche in un borgo dove «i minatori erano tutti morti» e i contadini continuano a vivere o sopravvivere. In un momento di scritture talvolta più futili che utili, Puddu ci presenta un'epopea da grande storia. La intreccia, la tesse con i ritmi quotidiani della cronaca minuta. Legge gli animi dei suoi personaggi, li rispetta tutti. Le azioni dei protagonisti - di primo o secondo piano poco importa, Marcello ed Elisa, Logena e Giorgio, Dario Brau, avvocati e funzionari coldiretti, giudici e imputati, carabinieri o frequentatori di bar - si alternano alle intrerpretazioni degli eventi con i quali è scandita la vita quotidiana di una società a economia primaria. Sembra quella che anche domani - pur con le sue contraddizioni - garantirà la sopravvivenza dell'umanità schiacciata da disoccupazione e fame, da indignados e occupanti di Wall Street. In quest'orto globale ci si ritrova spesso negli ambienti, nell'umiltà, nei personaggi di Pearl S. Buck. La grande scrittrice americana, Pulitzer con «La buona terra» e poi premio Nobel per la letteratura nel 1938, descrive la miseria estrema della società agricola cinese, quella di Ching Kiang sul fiume Yangtze.

I personaggi di Puddu conservano la stessa essenzialità, ma si confrontano con una società in mutamento, nel tormentato equilibrio fra diritto privato e diritto pubblico, padroni e servi, proprietari e mezzadri, le «sofferenze dei preti veri» tra «voto di povertà, di castità e poi proibizioni varie». Eventi che se, a prima vista, appaiono normali, man mano si annodano e si complicano causando incomprensioni e rancori, sospetti e dispetti. Il microcosmo di Siddi diventa universo mondo. Istruito. Consapevole. Marcello si rende conto che «lo studio cambia la gente».

Ma c'è soprattutto una qualità. Il tutto è scritto con una fluidità narrativa oggi rara. Tiene il lettore calamitato alle pagine. «C'erano una mulacchia e un astore, in alto, presi da un volo febbrile di sbalzi, discese salite e svoltate con stridi acuti». E ancora: «Zio Savio con un atto di forza avrebbe liberato la terra».

Un consiglio ai fortunati lettori. Quando camminerete fra i solchi di quest'orto con alveari, non dimenticate di portare con voi zappa e rastrello, ma anche un buon vocabolario.

Il libro di Puddu ci ricorda anche quanto sia bella e ricca la lingua italiana che parla di callaia e cavicchio, di fastelli di stipa e
staggi, onagri e trecconi con l'apio. Leggerete dello «spittinio di un passero ingordo» e del «cernecchio oricrinito». Saprete che cos'è la treggia e lo scrimolo del muro. Nella società finanziaria dello spread si riscoprono linguaggi contadini. Leggendo s'impara. E si gode della buona letteratura.

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