Cominotti architetto e pittore

Da Delfino un saggio di Giuseppe Pazzona sul progettista del Teatro Civico di Sassari

Nella primavera del 1823 sbarcò in Sardegna Giuseppe Cominotti, spinto dal desiderio di fare carriera all'interno della divisione Ponti e strade del Genio civile.  Trentun anni, nativo di Cuneo, aveva conseguito a Torino i titoli di architetto civile e di «misuratore», un qualcosa come disegnatore e controllore delle opere in corso. In più era dotato di una spiccata inclinazione alla pittura, capace di servirsi delle più diverse tecniche per rappresentare persone, edifici, paesaggi.  Se ne rese conto l'ingegner Carbonazzi, impegnato nella costruzione della «strada centrale di Sardegna», l'odierna Statale 131, e gli assegnò il compito di documentare il lavoro in alcune tavole che dovevano mostrare il nuovo percorso e il territorio attraversato. Cominotti assolse a questo primo incarico risiedendo a Oristano, ma già dal luglio di quell'anno venne trasferito a Sassari, incaricato di insegnare in una scuola per volontari del Genio Civile, dalla quale dovevano uscire tecnici locali capaci di occuparsi delle opere in corso.  Il periodo sassarese, che si protrasse per sei anni, è il più importante del soggiorno di Cominotti in Sardegna, e lo vide impegnato in tutta una serie di opere, tra le quali spicca la ricostruzione del Palazzo e Teatro civico.  Tutte queste vicende sono ricostruite con grande cura da Giuseppe Pazzona nel volume «Giuseppe Cominotti architetto e pittore (1792-1833)», edito a Sassari da Carlo Delfino (180 pagine, euro 60, con prefazione di Giorgio Cavallo). Lo studioso, che aveva già pubblicato uno studio sugli acquerelli inediti del Cominotti, ne ripercorre in questo volume - arricchito dalla riproduzione sia dei disegni tecnici che delle opere pittoriche - tutta la biografia, dagli studi giovanili al soggiorno nell'isola alla morte prematura sopraggiunta poco tempo dopo il rientro nella penisola.  Viene raccontato nei dettagli anche l'episodio che costrinse il geniale architetto ad abbandonare Sassari: innamorato di una ragazza che abitava a poca distanza dal Palazzo civico, e contrariato forse dal patrigno, che gli proibiva di frequentarla (anche perché era già sposata!), fu sorpreso mentre, con l'aiuto di un muratore, tentava di aprire un varco nel muro del loro palazzo.  Fu subito imprigionato, e la notizia si sparse tra la generale meraviglia nei molti luoghi in cui era apprezzato. In considerazione delle sue doti e del comportamento sino ad allora irreprensibile fu liberato, ma con l'ordine di trasferirsi immediatamente a Cagliari. Si fermò invece a Oristano, dove fu impegnato subito nella costruzione del seminario e in alcune altre opere, compresa la chiesa parrocchiale del vicino paese di Solarussa; ma ebbe occasione di lavorare
anche al progetto del Teatro civico del capoluogo.  Nella primavera del 1832, mentre stava per ripartire per la penisola, già gravemente malato, Cominotti ebbe occasione di fare un'ultima sosta a Sassari, la città che, scriveva, non avrebbe «lasciato giammai», e considerava «la seconda mia patria».

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