Poesia tra due lingue, l'arte dello scrivere di Alexandra Petrova

L'autrice russa parla della traduzione delle sue liriche alla rassegna letteraria di Malik alla Mediateca

 CAGLIARI. Quando la poetessa russa Alexandra Petrova cita Italo Calvino, le sue parole s'inverano in quell'incertezza timbrica che accompagna l'italiano sulla bocca di chi italiano non è: «Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero». La poetessa risiede in Italia e passa «ogni minuto della propria vita» a tradurre, per questo ha scelto di iniziare così il suo intervento su poesia e traduzione, ospite de «I libri aiutano a leggere il mondo», avventura di un lettore dedicata a Italo Calvino chiusasi con due giorni di incontri alla Mediateca del Mediterraneo. Un intervento a due voci, condiviso con Giuliana Schiavi, docente di teoria della traduzione. Di Alessandra Petrova la critica dice che sia poeta degli addii, paesaggi e città dove ha vissuto: San Pietroburgo, Gerusalemme, Roma. «In una piccola chiesa sedevano bambini-barboni,/visini- ciclamini, pieni di pidocchi./Si grattavano e aguzzavano la vista per rubacchiare./Vadano al diavolo, via, sciò./I cavoli a merenda./Qui da noi c'è l'argento, i candelabri, i calici,/c'è chi viene per piangere, chi per pregare,/mentre il bastardo senza terra dall'orlo del suo precipizio infuocato/chiede di saziarsi, di dissetarsi/di essere». Quando legge, in italiano e in russo, è un concentrato di timidezza ed energia, minuta ed elegante con viso da cerbiatto. Racconta del suo scontrarsi tra due lingue, di traduzioni nelle quali non si riconosce. Del rapporto difficile che s'instaura tra poeta e traduttore («io penso di suggerire, i traduttori che controllo, la verità è che non ho ancora trovato la traduttrice che mi regge»). E come prova mostra le edizioni italiane delle sue raccolte, piene di cancellature e correzioni post-stampa, consapevole che anche autotradursi non dà maggiori garanzie. «Nella poesia russa contemporanea la rima è normale, ma non necessariamente si deve rendere in italiano, è più importante trovare il contesto. Uno dei problemi è che faccio un uso frequente di neologismi, e questo in italiano non risulta. Non vorrei trovarmi ad essere tradotta come una poetessa dell'Ottocento». Perché è uno dei rischi del tradurre è quello di scivolare inconsapevolmente nel linguaggio elegiaco della poesia italiana. Perché, come spiega Sclavi, il traduttore si muove tra due sistemi chiusi (ogni lingua si ritaglia uno spettro di colori, ci consegna una visione del mondo e un modo di raccontarlo), è uno strumento di libertà individuale e collettiva «ma è anche una gabbia, una prigione che permette di dire solo quello che può». Compito della letterature è aprire varchi tra vincoli e cliché, trovare le parole per dire l'indicibile.  I traduttori lavorano sul riverbero espressivo, su quello che ci tocca e nel quale possiamo riconoscerci, comprensibile solo ai parlanti, nel barlume del non detto. E' quello che sentiamo vero in letteratura. «Il traduttore sta
in questo spazio, taglia le apparenze, smonta i meccanismi e disintegra uno spazio emozionante dove resta un'eco. Spazi straordinari di libertà dove si aprono squarci che però devi richiudere in fretta lasciando indietro le emozioni riportar così il testo scritto nella gabbia della propria lingua».

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