Giuseppe Manno, un fedele servitore di Casa Savoia

Nel suo muoversi avanti e indietro lungo le tormentate vicende della storia italiana, con un arco di interessi che va dall'editoria universitaria in epoca medioevale alle vicende del Partito comunista, Antonello Mattone si è questa volta soffermato sulla figura di Giuseppe Manno, con una biografia - «Giuseppe Manno magistrato, storico, letterato tra Piemonte della Restaurazione e Italia liberale, Edizioni Scientifiche Italiane» - che è la prima di solido impianto scientifico dedicata allo storico algherese. Data l' importanza del personaggio, colpisce come su Manno, sino a questa di Mattone, non solo non ci fosse una vera e propria biografia ma neppure un soddisfacente studio complessivo dell'opera.  Manno fu un magistrato e un politico di buona levatura che spese grandissima parte della sua vicenda pubblica a Torino, anche se fu soprattutto per l' attività di storico della sua terra natale a essere celebrato dai contemporanei. Prima la «Storia di Sardegna», pubblicata nel 1825-27, poi la «Storia moderna di Sardegna», nel 1842, contribuirono a dargli una fama che fu vastissima in Sardegna. Dagli studiosi dell'isola venne considerato il padre fondatore della storiografia sarda moderna, oltre che il loro santo protettore, una considerazione che Manno fece di tutto per meritare distribuendo, da Torino, i suoi oculati favori a quanti dall'isola si rivolgevano a lui in cerca di consigli e approvazione. Furono comunque gli studiosi suoi conterranei a dare più di quanto ricevessero. Tra essi Ludovico Baille che, richiesto dal Manno di una mano d'aiuto nella fase di preparazione della «Storia di Sardegna», lo inondò da Cagliari non solo di buoni consigli ma anche di documenti, sia trascritti sia originali.  Apprendiamo da Mattone come in realtà Baille un suo progetto di storia generale della Sardegna l'avesse lui stesso elaborato, qualche tempo prima. Un progetto di grande portata, anche perché basato sulla cooperazione di un gruppo di studiosi che avrebbe voluto «filopatridi», laddove la «patria» in questione era senza dubbio la patria sarda. Ben difficilmente Manno poteva annoversi tra i «filopatridi», ma il giudizio di Baille sulla «Storia di Sardegna» fu comunque deferente. Come all'insegna della deferenza fu l'atteggiamento degli storici sardi più giovani, quali Vittorio Angius, Pietro Martini e Pasquale Tola.  Risaliva ai primi decenni dell'Ottocento il nuovo interesse degli studiosi sardi nei confronti delle vicende della loro terra, maturato nel contesto della «Sarda Rivoluzione» di fine Settecento quando il bisogno di autonomia delle élites locali aveva cercato legittimazione nella storia dell'isola. Se questa era la matrice della rinascita della storiografia sarda, Giuseppe Manno muoveva in tutt'altra direzione. «La "Storia di Sardegna" - scrive Antonello Mattone - che nasceva all'interno delle alte istituzioni dello Stato piemontese, si caratterizzava, per le sue finalità ideologiche e culturali, come un' opera pensata e composta per il governo dell'isola e per la glorificazione della dinastia sabauda».  Nella stessa direzione la successiva «Storia moderna della Sardegna», che venne dodici anni dopo a completare la «Storia di Sardegna». Al centro della narrazione, i moti angioiani, dei quali Manno pensava, come di tutte le rivoluzioni, che fossero da aborrire e che nella migliore delle ipotesi tentassero di raggiungere, con mezzi sbagliati, misure di riforma pacificamente raggiungibili contando sulla benevolenza regale. La fedeltà alla dinastia sabauda rappresentò il punto di ancoraggio di una visione spiccatamente conservatrice, ma anche il risultato di una precisa disposizione psicologica. Ritornando con il pensiero, da vecchio, alle varie circostanze della sua vita, trovava modo di ricordare con affetto sincero il principe della sua giovinezza, Carlo Felice, il cui gesto di benevolenza - l'aveva fatto, poco più che trentenne, suo segretario - era stato all'origine delle fortune di
Manno. Qui possono essere individuate le radici più vere della sua sempre confermata fedeltà ai Savoia. Se un orientamento politico conservatore ne costituiva lo sfondo, gratitudine, deferenza, una disposizione quasi ingenua a compiacersi del favore dei principi l'avevano nutrita quotidianamente.

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