«Abbiamo agito come medici»

Il restauro della statua preceduto dalla ricostruzione della sua storia Dal Giubileo del '900 alle corse delle donne con la brocca in testa

 NUORO. «Come un medico che prima di operare deve fare l'anamnesi del paziente, così noi prima di iniziare il restauro abbiamo voluto ricostruire la storia del Redentore». Parole dell'architetto Franco Niffoi, che per questo ha incaricato una ricercatrice specializzata in archivistica, Irene Serra. Il suo lavoro, «La storia del Redentore: il monumento dei sardi», è una ricostruzione meticolosa e per molti versi inedita.  Fu il papa Leone XIII, in occasione del Giubileo del 1900, a voler omaggiare Cristo con 19 monumenti da collocare in altrettante montagne d'Italia. L'8 luglio 1899 il comitato romano comunica al canonico Pasquale Lutzu che la città prescelta in Sardegna sarebbe stata Nuoro. In quell'occasione si costituì il comitato sardo, formato da 40 persone, con il compito di raccogliere «le generose offerte dei buoni». Fu scelto il monte Ortobene perché «prospiciente alla città, amenissimo, di facile accesso e dominante un vastissimo orizzonte». Fu l'avvocato Francesco Mura ad avanzare l'ipotesi di innalzare un'opera d'arte, e non una semplice croce o una statua qualsiasi. Mura propose il nome di Vicenzo (senza n) Jerace, il quale accettò con entusiasmo tanto che per il suo lavoro non volle nessun compenso. Per di più al comitato regalò 50 lire e una medaglia d'argento.  Perché venne scelta Nuoro si capisce dalla circolare che il comitato inviò ai parroci della diocesi di Nuoro: «L'onore insigne toccato a questo oscuro lembo di terra sarda, per cui volsero tempi tanto luttuosi che gli impressero durature macchie d'ignominia, ci deve stare a cuore; dobbiamo lavare l'onta che pesa sul nuorese per i tristi drammi di sangue che in questi ultimi anni vi si svolsero». Il riferimento è probabilmente ai fatti accaduti a Morgogliai, vicino Orgosolo.  Jerace concepì il Redentore «che scendendo dall'alto si posa sulla vetta del monte e protende, con gesto naturalissimo, la destra benedicente». Ma per un'opera di queste dimensioni servivano tanti soldi, e così il comitato si rivolse a tutti i sardi, sostenuto da un periodico di Cagliari, «La Sardegna cattolica», diretto dal conte Enrico Sanjust, che aprì una sottoscrizione a cui partecipò anche la regina Margherita che inviò 300 lire. A favore dell'iniziativa si attivò anche Grazia Deledda, che nel luglio 1901 scrisse un appello e invitò le sarde a raccogliere oggetti da usare per la lotteria.  La somma raccolta ammontava a 13.771,05 lire, mentre le spese per la fusione della statua, l'imballaggio, il trasporto da Napoli a Nuoro, il deposito in magazzino e il costo degli operai fu di 14.671 lire, più 2.400 lire per la base della statua. La differenza la mise il canonico Lutzu. Nel febbraio 1900 Jerace mandò un bozzetto in gesso: il lavoro fu esposto in cattedrale e, raccontano le cronache dell'epoca, incontrò il favore di un'immensa folla. Dopo quattro mesi di febbrile lavoro, l'opera fu conclusa. Inizialmente doveva essere inaugurata nel giugno 1901, ma la data fu spostata per la morte della moglie di Jerace, Luisa Contessa Pompeati, avvenuta il 28 aprile 1901 a Napoli. Per onorarne la memoria, lo scultore incise sul palmo della mano aperta del Redentore: «A Luisa morta mentre il suo Vicenzo la scolpiva».  Pesante circa 18 quintali e accompagnata da due operai della fonderia, la statua sbarcò a Cagliari nel luglio 1901. Per facilitare il viaggio da Napoli, scrive Usai, «la statua era stata divisa in due sezioni tagliate all'altezza della vita, e a parte la croce e i panneggi volanti». Usai scrive anche che «il viso del Cristo può considerarsi un autoritratto dello scultore: lo si intuisce se lo si confronta a una sua immagine». In effetti la somiglianza con la foto di Jerace lascia pochi dubbi.  Il monumento fu trascinato in cima all'Ortobene da tre buoi e dieci uomini. Fu una corsa contro il tempo: doveva essere inaugurata il 29 agosto, ma quattro giorni prima una squadra di 40 operai stava ancora mettendo i ponteggi e posizionando gli strumenti necessari per il sollevamento dei pesanti pezzi che componevano la scultura. La mattina dell'inaugurazione la statua era ancora imbrigliata dai ponteggi. Ma la cerimonia si tenne lo stesso.  Il 28 agosto a Nuoro arrivarono duemila persone col treno, ma per il pellegrinaggio sul monte c'erano circa diecimila persone provenienti da tutta l'isola. Il Papa, il re e la regina Margherita inviarono un telegramma d'auguri. Si costituì anche un comitato per i festeggiamenti civili che per
quei giorni di festa organizzò un ricco programma che comprendeva vari giochi d'abilità. Gare da riproporre ai giorni nostri, come per esempio l'albero della cuccagna e la corsa delle donne con brocca piena d'acqua sulla testa. (m.s.)

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