«Le missioni di pace hanno poco a che fare con la solidarietà»

L'Italia è un Paese solidale? «No. Gli italiani non sono un popolo solidale. L'Italia è un paese che, come tanti, attraverso la cooperazione allo sviluppo fa affari, particolarmente in Africa. Basti pensare che gran parte degli aiuti allo sviluppo sono vincolati». - Ossia?  «Vengono concessi a patto che gli Stati li spendano per acquistare beni e servizi prodotti da imprese italiane. I fondi reali destinati alla cooperazione sono stati ridotti drasticamente, in particolare negli ultimi anni, inoltre l'Italia considera come aiuti allo sviluppo anche le spese militari per quelle che vengono definite "missioni di pace", o altre voci che poco hanno a che fare con lo sviluppo e la solidarietà». - Una contraddizione...  «Sì, una bella contraddizione che ha contribuito a creare diffidenza anche verso le associazioni che realmente erano e sono in missione di pace. Dire che si sta andando a portare pace quando si è armati dalla testa ai piedi è come dire che si sta andando a spegnere un incendio con autobotti cariche di benzina». - La cooperazione, dunque, è un grande business?  «Se il riferimento è alla cooperazione allo sviluppo governativa, ossia al trasferimento di fondi, assistenza tecnica o trasferimento di altri beni da un governo del Nord a uno del Sud, con molta probabilità il fine che questi soggetti perseguono non è essenzialmente solidale... ». - Altrimenti?  «Se parliamo di cooperazione non governativa è chiaro che non ci sono interessi né politici né economici». - A cosa serve la cooperazione?  «Spesso sono fini secondari che animano la cooperazione. Le cifre investite in cooperazione da 50 anni a questa parte sono molto alte, ma la povertà continua ad aumentare. I motivi sono molteplici: gli effetti delle decisioni politiche dei governi del Nord, la corruzione dei governi del Sud, gli effetti dell'economia globalizzata che porta alla caduta dei prezzi dei prodotti agricoli, la diffusione di colture industriali volute dai gruppi forti, l'indebitamento, le guerre... ». - E allora?  «Tutto questo ti porta sì a chiederti a cosa serva quel poco che facciamo. Poi, però, vedo donne che finalmente possono partorire in sicurezza grazie a un'ambulanza che collega i villaggi ai centri sanitari, vedo bambini che frequentano una scuola dotata dei servizi minimi indispensabili, come acqua e luce, vedo bambine che riprendono a studiare perché a scuola ci sono finalmente i servizi igienici, vedo persone che dispongono di strutture sanitarie idonee, vedo personale sanitario locale che viene formato per rispondere ai bisogni della collettività... ecco: la cooperazione allo sviluppo serve a rendere più dignitosa la vita di milioni di persone nel mondo intero». - Gli aiuti umanitari: c'è chi sostiene che siano la rovina dei Paesi poveri...  «Per tanti anni sono stati concessi aiuti a pioggia, le grandi organizzazioni internazionali arrivavano cariche di soldi per realizzare progetti pensati in Occidente senza nessun coinvolgimento delle autorità e delle popolazioni locali. Piovevano soldi ma non c'era partecipazione né, cosa ancora più grave, responsabilità condivisa. Questo ha creato abitudini sbagliate e una tendenza ad aspettare passivamente l'aiuto esterno. Negli ultimi anni, tuttavia, c'è stata un'inversione di tendenza... ». - Ma perché continua a esistere il Sud del Mondo?  «Perché continua a esistere un Nord sempre più avido e affamato di risorse che attraverso un nuovo tipo di colonialismo, che ha assunto forme forse molto più pericolose di quello passato, continua a depredare i paesi impoveriti». - In che modo?  «Parlo del Continente africano, che meglio conosco. Continua a essere costantemente avvelenato e distrutto dalle multinazionali del Nord che operano anche grazie all'appoggio di governanti africani senza scrupoli che vendono la loro terra, le loro risorse e la loro gente per accaparrarsi ricchezze e privilegi personali. Il Sud del Mondo esiste perché siamo convinti di poter continuare a crescere e crescere all'infinito, senza renderci conto che le risorse della terra sono limitate... ». - E dunque?  «Affinché una parte continui a consumare, un'altra necessariamente dovrà essere distrutta. È ora di capire che dobbiamo porre un freno a questa crescita e dobbiamo smettere di misurare il livello di benessere delle società sulla base del Pil, che - come disse Robert Kennedy - comprende il cemento, le medicine, l'inquinamento, la produzione di missili e di testate nucleari... ». - Il debito pubblico del Terzo Mondo verrà mai cancellato?  «Non lo so, ma so che mai come ora la gente comune del mondo "sviluppato" ha chiari i gravi danni che il problema del debito ha causato ai paesi del cosiddetto Terzo Mondo e mai come ora la gente si rende conto di quanto i movimenti anti globalizzazione avessero ragione». - Quali sono in questo momento le aree più "calde" del pianeta?  «Purtroppo sono tante. E di molte se ne parla ancora troppo poco». - Qualche esempio...  «In Ciad, e negli altri paesi del Sahel occidentale e centrale, l'Unicef stima che nel 2012, se non ci sarà un forte intervento della comunità internazionale, un milione di bambini sarà a rischio malnutrizione. In Somalia e nel resto del Corno d'Africa, 320.000 bambini rischiano di morire di fame. In Mali, dove nelle zone del nord, nel mese di gennaio, è scoppiata la ribellione dei Tuareg, migliaia di persone sono in fuga verso gli stati confinanti: Burkina Faso, Mauritania e Niger, dopo che i loro villaggi sono stati saccheggiati, incendiati e le fonti d'acqua avvelenate. E la lista purtroppo è ancora lunga». - Fare la volontaria internazionale è alquanto rischioso. Vedi la vicenda di Rossella Urru...  «Ci sono molti mestieri altrettanto rischiosi». - Chi ve lo fa fare?  «Fin da piccola ho desiderato fare questo mestiere e credo che quello del cooperante sia uno dei mestieri più belli nonostante i pericoli quotidiani e le frustrazioni. Ma il contatto costante con i beneficiari dei progetti genera forza, entusiasmo e allontana le paure». - In che modo?  «È difficile da spiegare, ma... per esempio, molti dei ragazzi che hanno rischiato di essere rapiti quella notte insieme a Rossella, nonostante la grande paura, che ho sentito direttamente da uno di loro, dopo poche settimane erano di nuovo lì e, da quanto
ho potuto leggere su Rossella, sul suo carattere forte e determinato e sul suo amore per il popolo saharawi, non mi stupirei affatto se quando tornerà a casa, a Samugheo, spero al più presto, sentirà nuovamente la voglia di ripartire».

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