Ironia e sentimento, un vero bluesman in salsa sassarese

“Li candareri” è diventata quasi un inno cittadino ma la sua produzione sorprende per temi e vastità

SASSARI. I poeti non muoiono mai, amano ripetere quelli che hanno una citazione buona per ogni occasione. Non fatevi prendere in giro.

Ginetto Ruzzetta è morto due volte. Sabato notte se n’è andato per sempre, a 78 anni. Ma il poeta che cantava Sassari in realtà si era spento un pomeriggio di quindici anni fa. Quel giorno, nella sua casa di San Giovanni, piena campagna alla periferia della città, un ictus aveva ucciso il genio e la creatività di uno dei più straordinari artisti mai nati da queste parti. Da allora niente più parole, niente più arpeggi con la chitarra o accordi di pianoforte. Soltanto i ricordi di una mente lucida imprigionata in un corpo malato, e le carezze dell’amata moglie Antonella, che sino all’ultimo è stata al suo fianco.

Cantautore, musicista polistrumentista autodidatta, arrangiatore. Ma anche uomo di mondo, con conoscenze e amicizie sorprendenti. La vita di Ginetto Ruzzetta non è un film, ma poco ci manca. Era nato in una famiglia del centro storico in cui la musica era di casa, ma la sua prima chitarra l’aveva affittata quando era bambino da un signore che abitava vicino a Porta Sant’Antonio, con gli spiccioli guadagnati facendo “lu pizzinnu d’andera”, cioè sbrigando piccole commissioni. Emigrato a Genova poco più che quindicenne, era diventato un musicista professionista molto conosciuto nella Penisola. Raccontava che tutto era iniziato quasi per caso: il direttore di un’orchestra genovese l’aveva notato mentre intratteneva i clienti di un’osteria strimpellando la chitarra. L’aveva voluto con sè e ne aveva fatto un musicista. Negli anni trascorsi a Genova aveva stretto amicizia con un giovane bolognese un po’ strano e geniale, molto a suo agio con il pentagramma: si chiamava Lucio Dalla.

Trasferitosi nella capitale, nel giro di pochi anni “il piccolo Modugno”, come intanto era stato soprannominato, aveva iniziato a suonare nei migliori locali e a frequentare la Roma bene: con Enzo Tortora e Mario Riva le amicizie di cui andava più fiero. Si sposa, fa sette figli e continua a suonare. Ha problemi di cuore, gli danno pochi mesi di vita e lui va di nascosto a Parigi per un intervento chirurgico avventuroso, riuscitissimo.

Fa la bella vita, non è più l’emigrato squattrinato di un tempo, canta canzoni in italiano, napoletano, siciliano, spagnolo. Eppure a meno di quarant’anni decide ugualmente di ritornare a Sassari. È un ritorno che viene tramandato tra storia e leggenda: dicono che fosse venuto in vacanza in città per vedere i Candelieri. Folgorato, si riaggrappa alle sue radici e si trasferisce nuovamente a Sassari. La musica però è la sua vita, il suo destino: riprende confidenza con il dialetto, masticato per strada negli anni della guerra, e si mette a comporre facendo tesoro delle esperienze maturate nella Penisola. Forse ancora non lo sa, ma ha appena battezzato un nuovo genere musicale: il folk sassarese.

In città esistevano i cantori di filastrocche, le cosiddette “gobbule”. Ed erano esistiti anche grandi poeti dialettali, da Pompeo Calvia a Salvator Ruju. Ginetto riesce a trovare la sintesi perfetta: i suoi versi sono poetici (niente a che vedere con i componimenti grevi e banali di oggi), la sua voce è calda e inconfondibile, la dimestichezza con gli strumenti gli permette di sperimentare basi musicali e arrangiamenti di notevole originalità. Collabora a lungo con un gruppo di musicisti molto attivi, colpiti dal nuovo filone musicale che sta nascendo: è il Trio Folk Sassari in casthurina, quello che che inciderà “La mirinzana”.

Le sue storie sono le storie di Sassari e dei sassaresi. Di ieri e del presente. “Li Candareri”, forse il suo pezzo più conosciuto, racchiude l’essenza della città “zappadorina” che si ritrova per la festa del 14 agosto. Qui tutti sono uguali: sarti, muratori e contadini, mentre il sindaco è in prima fila ad applaudire la sfilata. Raccontano anche che l’ispirazione gli venne proprio il giorno in cui si trovò ad assistere alla Faradda da emigrante.

Ci sono le storie di emarginati (“Masthrantoni” e “La leggi”), le storie di amori impossibili (“L’althru isthiu”, “Amori amori”, “Sirinadda”, “Chietu Chietu”, “Fiori fiuriddu”) e quelle di affetti persi lungo il cammino della vita (“T’attoppu in paradisu”). E poi c’è la Sassari più vera e ruspante, quella che si può raccontare con la malinconia di un emigrato (“Sassari mea”) o con un’ironia tagliente e corrosiva (“Ipuntinu”, “Lu divorziu”, “La Puntiglia”). E poi i pezzi di stretta attualità, come “La minigonna”, “La Nuova Sardegna”, “Trù cabà”.

Amava Parigi, la Corsica, Platamona, Alghero e la Gallura di Valle dell’Erica. Un bluesman in salsa sassarese, il Fabrizio De Andrè turritano, il Poeta di Sassari, o semplicemente il maestro: tanti gli appellativi – anche scomodi – che gli sono stati affibiati negli anni. E tantissimi i riconoscimenti e i tributi riservatigli dalla sua città. Ora che se n’è andato, non potrà più vincere quel Candeliere speciale che avrebbe certamente meritato.

Eppure, tanti anni dopo quel maledetto giorno a San Giovanni, la sua musica continua ad appassionare, a far sorridere e a commuovere giovani e vecchi. Non può esistere riconoscimento più prestigioso, per il poeta che è morto due volte.

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