Domani il 25 aprile, i sardi e la Resistenza

Numerosi i giovani dell’isola che presero parte alle lotte antifasciste, ma le loro vicende non sono state raccontate

di Manlio Brigaglia

I sardi e la Resistenza. È un tema ancora tutto da indagare. Meglio. Sono centinaia di storie, molte delle quali non sono state ancora raccontate. Soltanto in questi giorni, per esempio, un gruppo di ricercatori ha riassunto in un documentario di 55 minuti (“Geppe e gli altri”) una lunga testimonianza del cagliaritano Nino Garau. classe 1923, comandante partigiano, nome di battaglia “Geppe”, catturato dai tedeschi e selvaggiamente torturato, come dice la motivazione della sua decorazione al valor militare, liberatore della città di Spilamberto. Bene: Nino Garau è stato a lungo segretario generale del Consiglio regionale, l’abbiamo conosciuto e in parte anche frequentato in tanti, mai nessuno ha saputo di quel suo passato non solo eroico ma anche storicamente affrontato.

Come lui, tanti altri sardi, bloccati dall’armistizio fuori della Sardegna, hanno partecipato alla lotta contro i tedeschi in Italia e fuori d’Italia, non hanno raccontato le loro storie. Come altri, peraltro, invece le hanno raccontate, primo fra tutti l’orgolese Luisu Podda nel suo libro “Dall’ergastolo”, che meritò il Premio Viareggio Opera prima. Ma torno al discorso su quelli che “non hanno raccontato”. Perché? Forse capitò loro lo stesso fenomeno che fu quasi generale fra quanti tornarono vivi (malvivi) dai lager tedeschi, forse per rancore contro la cattiva accoglienza che avevano ricevuto al rientro in patria; per altri, come per il dottor Garau, forse, un moto di ritegno, la decisione di non partecipare a qualche festival reducista. Forse anche tristezza per l’Italia che venne fuori dai loro sacrifici.

Solo quest’anno Aldo Borghesi ha quasi concluso una ricerca sui deportati politici sardi nei lager tedeschi: ne ha contati almeno 250, pareva che non ne sapesse nulla nessuno.

Naturalmente, quel pezzo di storia italiana fatto dai sardi non è del tutto sconosciuto. A parte figure “storiche” come Emilio Lussu, che fu (anche) uno dei capi della Resistenza romana e come Bastianina Musu Martini, madre di Marisa Musu, la ragazza gappista di via Rasella, esistono, a ricordare quei tempi, la grande sintesi di Simone Sechi e le memorie di Dario Porcheddu, disponiamo di numerose ricerche come quella di Martino Contu sui sardi fucilati alle Fosse Ardeatine e quelle di Paolo Pulina sui tredici avieri giustiziati a Sutri, oppure su uomini come l’ittirese Gavino Cherchi, l’oranese Piero Borrotzu, il dorgalese “Libero” Pranteddu, , il tempiese Fausto Cossu, comandante di una divisione di “Giustizia e Libertà” che liberò il paese di Bobbio, il teresino Andrea Scano, commissario politico delle brigate che operavano tra l’Alessandrino e Genova. Ci sono dieci medaglie d’oro in ricordo del sacrificio di tanti, 34 d’argento e altrettante di bronzo.

La storia di Luisu Podda e dei più che cento barbaricini (soprattutto bittesi, orgolesi, orunesi) che combatterono nella zona di Trieste sarà raccontata in un libro che deve uscire a giorni: lo hanno curato Bore Muravera, Piero Cicalò, Pietro Dettori e Natalino Piras, titolo “Pitzinnos, Pastores, Partigianos”. Protagonisti soprattutto due ragazzi bittesi, Giorgio “Gioglieddu” Sanna, 20 anni il giorno dell’armistizio, e Nenneddu Sanna, 19, ma insieme con loro tanti altri giovani barbaricini. Ma c’è un episodio che si svolge proprio in Sardegna. È quella che gli storici chiamano “La battaglia della Maddalena”, raccontata più volte da Giancarlo Tusceri. È la storia della battaglia che un gruppo

di marinai, soldati e carabinieri ingaggiarono nell’isola il 13 settembre con i tedeschi che l’avevano occupata di sorpresa. Ci furono 24 morti italiani, dei quali molti sardi, e 8 tedeschi. Insieme all’episodio romano di Porta San Paolo, è uno dei primi eventi della Resistenza italiana.

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