Deledda, i sardi raccontati come il mondo li vuole

Esce da Sellerio il nuovo libro dello scrittore e antropologo cagliaritano

di Giulio Angioni

Mi è stato chiesto di dire di Grazia Deledda da un punto di vista mio, autobiografico, magari da scrittore a scrittrice. E scopro così di avere un mio rapporto con la Deledda di tipo autobiografico. Se non altro perché leggendola ho sempre anche misurato quanto mi ritrovavo nella sua Sardegna. Molti sardi abbiamo verso la sua narrativa un atteggiamento simile. La Deledda è una questione di famiglia, o meglio, forse, di identità sarda.

Ogni tanto rileggo romanzi deleddiani con la speranza di trovarmi entusiasta. Il primo incontro con la Deledda è stato importante per me, adolescente in scuole continentali del profondo Nord, impedito da pudicizie mie di sardo d'origine ruspante e disturbato da superbie continentali, di quelle che oggi si esprimono nel leghismo padano, quando cioè scoprivo quella spiacevole derisione etnica che i sardi in Italia provano di regola in età più matura, andando in continente da militari. Devo a lei un moto d'orgoglio quando ho scoperto che una donna sarda veniva menzionata in termini laudativi dal mio manuale di letteratura italiana (il Momigliano) e che aveva vinto il premio Nobel per la letteratura. Ma la sua lettura non riusciva a entusiasmarmi.

Poi ho incontrato qualche altro sardo che mi ha confessato questa medesima colpa, di riuscire a entusia-smarsi delle sue scritture. E anche chi le rimprovera il silenzio sul fascismo e più ancora sui macelli della prima guerra mondiale. Il suo collega premio Nobel Grabriel García Márquez in un suo scritto dove dice la sua sui premi Nobel per la letteratura, scrive laconicamente della Deledda che nel 1926 ha vinto il Nobel, e che è sopravvissuta altri dieci anni «per riuscire a crederci».

Ai tempi della celebrazione del cinquantenario della sua morte, qualcuno prescrisse che della Deledda si dovesse parlare solo con amore e ammirazione, come in altri tempi di Garibaldi. E' colpa di leso sardismo la mancanza di ammirazione incondizionata per Grazia Deledda. Alberto Mario Cirese ha scritto di «rappresentatività sarda» della narrativa deleddiana. Infatti Grazia Deledda è soprattutto ai non sardi che ha finito per rappresentare una sua e loro Sardegna. La Deledda presentava da Roma al resto d'Italia e del mondo, in certa misura una sua Sardegna adattata alle aspettative e ai gradimenti dei non sardi, secondo le intuizioni di una signorina sarda di fine Ottocento, che ha fatto della Barbagia il terreno in cui mettere a cultura le sue precoci aspirazioni alla gloria letteraria. E se è vero che la giovane e poi anche matura Grazia Deledda si è “inventata” una sua Sardegna letteraria, bisogna dire che l'operazione, legittima e forse indispensabile di ogni invenzione artistica, le è riuscita al meglio.

Che a lei la cosa sia riuscita è uno dei motivi che la rendono grande. Ancora oggi chi narra di Sardegna deve fare i conti con lei. Il suo è stato un tentativo riuscito di mediazione tra mondo sardo e cultura europea. Quel tanto di fastidio che certi sardi provano deriva dalla quota di estraneità di questa Sardegna letteraria ad usum Delphini, suggestiva, spesso esotica, arcaica, biblica, orientale, senza tempo, e da una scrittura che vuole stabilire un cordone ombelicale col sublime dei primordi. Anche questo a volte respinge, oggi, e non il tono da romanzo d'appendice che resta anche nella Deledda più matura, con quelle passioni umane elementari smisurate e fatali proiettate in dimensioni astoriche, nonostante gli intenti realistici su uno sfondo sardo che a un sardo, o per lo meno a quelli come me meno toccati dalla Grazia, risulta subito per quello che è: un espediente(legittimo, non solo perché non pochi grandi intenditori lo giudicano felice) per dare maggiore suggestione ai temi ricorrenti della fatalità, del destino, dell'ineluttabile, del senso di colpa, della centralità della passione amorosa tragica specialmente perché gli amanti sono di condizione sociale diversa. I temi della narrativa di sempre, comprese le nostre odierne telenovelas, trattati dalla Deledda in modo da creare atmosfere suggestive appunto perché non mai portate a un livello di chiarezza intellettuale (il giudizio è di D. H. Lawrence, nella prefazione all'edizione americana de “La madre”). La sua Sardegna può apparire a volte improbabile, pur restando, in genere, di buona precisione etnografica.

L'autobiografismo nelle narrazioni deleddiane si allarga in una sorta di sardo grafia, funzionale all'intreccio e alla psicologia dei personaggi, cosa che poi contribuirà appunto alla fortuna di pubblico e di critica della Deledda in quanto testimonial dei sardi e della Sardegna, e quindi rappresentativa anche di luoghi e di tipi umani più o meno assimilabili all'isola e agli isolani, se non anche del tempo finale otto novecentesco del mondo agropastorale delle campagne e delle montagne europee, e oltre.

I tempi sono parecchio e forse radicalmente mutati nell'isola e nel mondo. Eppure, in tempi di nuovi esili in migrazioni planetarie dalle grandi campagne alle grandi metropoli del mondo, non siamo più bisognosi, in modo tanto esclusivo ed escludente, di luoghi figurati intatti come quella Sardegna letteraria selvaggia ed esoticheggiante, che soprattutto Grazia Deledda contribuisce ancora a diffondere nel mondo, facendosi imitare a lungo nell'isola e, mi pare, anche fuori, se non altro sfruttando ancora oggi le attrattive di ciò che io provo a chiamare auto-esotismo, quando è proprio un aspetto costitutivo della mondializzazione una pressante richiesta globale di particolarità locali, quando cioè la globalizzazione sembra cercare scampo e senso nell'esotismo, e a volte lo fa molto male, anche in letteratura. Sono perciò pure gli scrittori di oggi, anche in Sardegna, che a volte si chiedono più chiaramente di altri quanto scampo ci sia in un'auto-esotizzazione che, legittimemente fittizia, ha modi di adeguamento ai luoghi comuni ormai forse meno efficaci del cercare di mostrarsi come si sa che si è, che è già cosa vaga, provvisoria, in fieri e sempre problematica.

Oggi, nell'isola della Deledda come in altri luoghi simili, spesso gli scrittori sentono ancora la spinta se non l'obbligo di fare i conti con la loro terra, trattando tematiche sarde ancora fortunate nell'isola e in Continente. Oppure si rifiutano di fare i conti rispetto ad abitudini come lo sguardo auto-esotico verso i propri luoghi. Tuttavia questi luoghi anche letterariamente non possono non essere e restare luoghi d'origine per molti scrittori. E quindi anche mitici. Ma i nostri miti d'oggi sono molti

e pure alternativi. C'è da scegliere. E sembrano durare poco, molto meno di un tempo, quando per secoli i sardi si sono visti, o hanno comunque dovuto fare i conti con lo sguardo dell'altro, e gli hanno parlato di sé con le parole dell'altro.

© Copyright Sellerio Editore 2012

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