Insieme a Farina nel sequestro Soffiantini

Uomo ruvido, silenzioso e molto attaccato all’isola: qui potrebbe avere cercato subito rifugio

SASSARI. Erano proprio una strana coppia Giovanni Farina e Attilio Cubeddu. Legati da un patto scellerato fatto di sequestri e violenza, ma diversi. Profondamente diversi nella personalità e nello stile di vita. Tutti descrivono Farina come un uomo pacato, lucido, affabulatore suadente e perfino capace di sottili ironie. Con un mondo interiore complesso, nel quale c'era anche spazio per la poesia. Scriveva infatti nella sua cella d'isolamento, nel carcere di Fossombrone, nel 1991: «Sono come un ramo che bruciando / fa segnali con la sua fiamma, / ma libera solo il fumo / per restare solo cenere».

E poi il suo trasformismo, la capacità di penetrare in mondi lontani e tessere rapporti impossibili. Per esempio, nel 1980, dopo avere intascato il riscatto dei rapimenti di Francesco Del Tongo, Dario Ciaschi e di Susanne e Sabine Kronzucker, attraversò in Mercedes la frontiera con la Svizzera, versò i soldi in una banca di Lugano e poi raggiunse Parigi. Qui incontrò il finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda che viveva in latitanza sotto la falsa identità di Marcello Dell'Utri. Da lui Farina ottenne un falso passaporto intestato a Marcello Moriconi da Gualdo Tadino, e finì in Venezuela, dove diventò un affermato imprenditore turistico. Fino a quando lo scovò un segugio, quell’Antonio Manganelli oggi capo della Polizia.

Attilio Cubeddu, suo complice e compagno d'avventura nel sequestro Soffiantini, è invece un uomo silenzioso, ruvido, dotato di una furbizia che deriva dalla sintesi tra le esperienze e le antiche sapienze del mondo criminale barbaricino e ogliastrino. Insomma, Cubeddu è quindi un criminale più ortodosso rispetto allo stereotipo del sequestratore sardo. Lui, per esempio, non avrebbe mai capito quella delirante contaminazione “politica” che faceva dire al superlatitante di Mamoida Mario Sale (del quale Farina era luogotenente) che la sua banda era «la base mobile operativa toscana dell’Anonima sarda, intitolata al grande compagno Antonio Gramsci».

E a fare capire che il rapporto tra il bandito di Arzana Cubeddu e il bandito-poeta Farina fosse molto difficile, sempre al limite della rottura, fu Mario Moro di Ovodda, morto dopo un conflitto a fuoco durante il sequestro Soffiantini. Disse Moro sul letto dell’ospedale: «Cubeddu è una vittima di Farina. Non lo sopporta, non sopporta la sua prepotenza, il suo voler essere il capo. Per questo Cubeddu mi disse che, a sequestro concluso, aveva intenzione di eliminarlo».

E forse non era un’esagerazione. Un uomo spigoloso come Cubeddu, difficilmente poteva accettare una simile situazione. Nella tradizione criminale sarda, infatti, non esiste un capo, i ruoli non sono gerarchici. È il carisma, la capacità di gestire gli uomini e gli eventi, che fa la differenza. È come un’investitura naturale che nasce dal riconoscimento reciproco delle qualità e dei limiti e che si traduce nell’affidamento di un ruolo di maggior peso all’interno dell’organizzazione rudimentale dei sequestratori.

Forse da qui nacque il primo sospetto che, dopo il sequestro Soffiantini, Cubeddu fosse morto. Probabilmente ucciso. Si pensò infatti che, intuite le intenzioni di Cubeddu, Farina lo avesse preceduto, ammazzandolo. Paradossalmente, fu lo stesso Farina ad alimentare la voce che Cubeddu fosse morto.Raccontò infatti che, nel maggio del 2000, quando era rinchiuso nel carcere di Sydney in attesa dell’estradizione, aveva ricevuto la visita di due strani personaggi, forse uomini dei servizi segreti, che gli dissero: «Attilio è morto». Il recupero quasi completo del riscatto di Soffiantini sembrava un’implicita conferma: il bandito arzanese non aveva infatti incassato una lira.

Attilio Cubeddu (che si portava già sulle spalle una montagna di anni di galera per i rapimenti di Cristina Peruzzi, Ludovica Macchiavelli e Patrizia Bauer) dopo i clamorosi sviluppi del caso Soffiantini,

è invece molto probabile che si sia inabissato subito nella sua Ogliastra. Contrariamente a Farina, che inseguiva i sogni di una nuova vita in un paese lontano, lui avrebbe scelto pragmaticamente un rifugio tra le sue montagne, protetto da una rete di amicizie sicure. (p.m.)

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