«La Sardegna ha le potenzialità per uscire dalla crisi»

A Cagliari il presidente nazionale di Confindustria Squinzi: «Dobbiamo tornare all’economia reale, ma l’isola va aiutata»

CAGLIARI. Al suo motto non poteva rinunciare, neanche nel suo primo Giro di Sardegna: «Mai smettere di pedalare». Lo diceva Einstein («Chi si ferma, cade») lo ripete da mesi il ventinovesimo presidente della Confindustria nazionale: «Insistiamo, non molliamo, andiamo avanti». Ciclista di razza, Giorgio Squinzi, classe 1943, sa che dopo ogni salita, c’è sempre una discesa: «È in vetta che dobbiamo arrivare, poi di nuovo giù a perdifiato». Con le sue solite metafore sportive, questo imprenditore bergamasco che è un Re Sole, colle, stucchi e vinavil della Mapei sono un impero sterminato, ha provato a rianimare Lazzaro. A soffiare vita e speranza nei cuori, nelle teste degli industriali sardi, ancora «imballati» sui tornanti micidiali della crisi. All’Assise regionale della Confindustria, che tra l’altro l’ha sostenuto nella sfida di marzo vinta col rivale Bombassei, quindi giocava in casa, Squinzi si è presentato meno discolo del solito. I fuochi d’artificio con Monti sullo spread, sul pessimismo, la macelleria sociale e le riforme del lavoro che «sono una boiata» appartengono al passato, o comunque non è più il momento di tirare la fune. Ai duecento industriali in sala, è apparso e ha parlato come un fratello maggiore che dispensa consigli e anche come l’uomo di successo, tutto fabbrica e famiglia, pronto a comandare le truppe. Contro chi? «Contro la prepotenza della finanza, che ha preso il sopravvento sull’economia reale e ridotto la centralità delle imprese». E invece, lui che dice sempre quello pensa, è il suo vanto, ha detto: «Le imprese devono ritornare a essere il centro del mondo». Anche in Sardegna? «Soprattutto».

Appunti tecnologici. Sull’I-pad, sovracoperta blu elettrico, intonata con la cravatta, per un’ora abbondante Squinzi ha annotato quello che gli altri raccontavano della loro Sardegna. Dal presidente regionale Massimo Putzu ai quattro delle sezioni provinciali (Alberto Scanu, Pierluigi Pinna, Roberto Bornioli e Giuseppe Ruggiu, che sono stati intelligenti nel denunciare le «troppe cose che non vanno», ma non si sono lasciati prendere dal vittimismo. Seppure la situazione sia difficile e sia ancora più duro contrastare la rassegnazione, i sardi hanno dato prova di riscossa, quasi la sola presenza del capo fosse bastata a dare la scossa. Così in un’altalena fra infrastrutture che non ci sono, difficoltà oggettive (i trasporti prima di tutto) e altre soggettive, è ancora difficile veder emergere uno vero spirito di squadra isolano, la Sardegna ha presentato una decina di eccellenze. The Net Value, applicazioni informatiche, l’Ecotec, centro di ricerca sulle bonifiche ambientali, l’appena battezzata Rete delle imprese nell’agroalimentare, il gruppo Smeg, marmi e cave, la 3A di Arborea, L’As do Mar, conserve, le Fattorie del Gennargentu e la J-service, informatica, sono andate una dopo l’altra in passerella. Seppure a porte chiuse, l’assemblea era riservata agli iscritti, hanno raccontato come anche «nel deserto, e la Sardegna sempre più spesso lo è, può nascere un fiore». A Squinzi la performance è piaciuta, non ha perso una battuta e i testimoni diranno che più volte anche lui abbia applaudito convinto, insieme alla platea. Forse non se l’aspettava e la sorpresa (dov’è il Lazzaro da risuscitare?) gli è piaciuta.

Risposte a braccio. Con determinazione, a conclusione delle sedici relazioni, è salito sul palco e non in cattedra. Prima di tutto è stato spontaneo nel rivelare che, a quel punto, il discorso preparato a Roma non aveva più senso: «È molto meglio seguire la vostra traccia», ha detto. E lo ha fatto: «Qui, come nel resto d’Italia, c’è un nemico comune: la burocrazia dello Stato. L’antidoto è un solo: semplificare ed è questo verbo padre e madre di tutte le riforme». Perché una macchina semplice, efficace ed efficiente, per Squinzi vuol dire anche maggiore equità e solidarietà sociale, che «devono continuare a essere i nostri irrinunciabili pilastri» . E a proposito di pilastri ha aggiunto: «Uscire dall’euro sarebbe un errore, anche se all’Europa chiediamo più attenzione verso l’Italia». E più rispetto, perché «deve essere chiaro il nostro diritto a fare impresa e a crederci fino in fondo». Poi ha affrontato, spesso in chiave sarda, gli altri punti del programma che l’ha portato alla vittoria di marzo.

Il decalogo a memoria. Ha parlato di giovani («Ogni mattina sono loro il mio primo pensiero»), del Made in Italy («Che dobbiamo difendere»), della voglia che la gente ha nel voler veder ripartire uno sviluppo sostenibile. Senza fermarsi mai, ha accennato alla necessità di liberalizzazioni, riforma fiscale e flessibilità e «vorrei cambiasse anche la magistratura, quella attuale non segue i tempi di un paese civile». Squinzi vorrebbe che «cambiasse in fretta soprattutto la politica, ha tempi e modi inconciliabili col mondo delle imprese». Ha dispensato qua e là concetti su globalizzazione e competitività, sull’importanza delle idee e di un miglior rapporto con le banche. Lo ha fatto sempre con sobrietà, ultima strategia scelta dopo le liti a distanza col governo: «Siamo tutti nella stessa barca – ha detto in conclusione – Il tragitto che ci aspetta è duro, dunque è meglio che remiamo nella stessa direzione». Per poi, all’uscita di un salone in festa, sintetizzare così la Sardegna che ha trovato: «Ha gli stessi problemi dell’Italia, solo che q alcuni qui sono più antichi. L’isola oggi mi ha dimostrato di avere

molte potenzialità, a cominciare dal turismo che è la vostra prima e inesauribile ricchezza». Scusi, presidente, ma l’exit strategy per sconfiggere la crisi ha bisogno di tempi certi: quali sono? «Che bisogna fare in fretta». Subito sarebbe meglio.

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