L’impegno civile fatto di umanità e passione

Da Samugheo alla Camera dei deputati: il percorso dello studente, del medico e dell’uomo politico

CAGLIARI. Sulla scrivania di Emanuele Sanna, nella casa di via Sardegna a Cagliari, cuore della Marina, sono rimasti quattro fogli scritti a mano con le osservazioni al libro che avrebbe dovuto presentare sabato 29 settembre alla Comunità La Collina di don Ettore Cannavera. Libro (“Cielo di pietra”) di un «vero compagno», Giuseppe Putzolu, ex presidente Pci della Provincia di Cagliari (1982-1985). Racconta - in «pagine di letteratura civile» - l'esperienza di Addurrahman Bakrak, 35 anni, Apo per gli amici, profugo curdo, nell'isola da sei anni per curare il figlio Ammed talassemico. Con gli amici, poche ore prima del ricovero, Sanna diceva: «In queste pagine si leggono alcuni dei drammi del mondo contemporaneo: la mancanza di libertà del popolo curdo, le torture inumane subite da Apo in carcere e la sua fuga-rifugio per garantire la vita al figlio. Verso quelli come lui dobbiamo mostrare la nostra solidarietà. Non con oboli ma con fatti concreti: come l'ospedale microcitemico».

Con l'umanità che gli si leggeva ogni istante negli occhi, Emanuele Sanna era proprio un uomo concreto. Nella politica, sua passione sconfinata, senza deviazioni ideologiche. E nella medicina che aveva scelto come professione e della quale andava orgoglioso ("le prime due ore del mattino le passo sempre a rispondere a chi mi chiede un consiglio di natura sanitaria»).

Il camice bianco lo aveva indossato di nuovo pochi mesi fa rientrando in una stanzetta al secondo piano di "Pediatria" dell'ospedale, il "Giuseppe Brotzu" che lui aveva inaugurato senza nastri e tv al seguito. Da assessore alla Sanità lo aveva voluto intitolare a «un faro della ricerca scientifico-medica che avrebbe potuto avere, in Sardegna, un polo di eccellenza chimico-farmaceutico unico al mondo con la produzione in serie degli antibiotici a base delle cefalosporine, scoperte dal professor Brotzu. L'accademia, la medicina, la Sardegna gli dovranno essere sempre grati». Così come sulle pagine de l'Unità (la leggeva ogni mattina come primo giornale) aveva ricordato gli scienziati Erminio Costa emigrato negli States e poi Antonio Cao che aveva «attivato una rivolta delle nostre coscienze» combattendo la thalassemia major che «ogni anno in Sardegna colpiva 150 neonati col 13 per cento della popolazione portatrice sana». Cao (morto lo scorso 21 giugno), ha per maestro Willy Tangheroni che formò a Cagliari «una delle più blasonate scuole della Pediatria italiana» con Giuseppe Macciotta, Roberto Corda, Aniello Macciotta e Mario Silvetti. È Silvetti, nel 1974 primario di Pediatria al Santissima Trinità, ad accogliere Sanna che arrivava dall'ospedale di Ozieri dopo aver trascorso alcuni mesi da medico condotto, prima al suo paese natale, Samugheo, e nei Comuni del Mandrolisai.

Era nato nel rione "Codinedda" in una famiglia di contadini, tutta chiesa e scudocrociato. Il padre Tomaso era un allevatore fedelissimo di Ivanoe Bonomi, tancàti a Bingiàles e Accòro. Donna di chiesa e casa la mamma Maria Antonia Mura, così sorelle e fratello. Emanuele li adorava: «Devo tutto alla mia famiglia. Mi hanno fatto studiare, privandosi di tutto, pagandomi la pensione a Oristano dalle scuole medie al liceo De Castro. Non hanno reagito quando ho preso la tessera della Cgil e del Pci. Cambierai da grande, confidavano».

Da grande resta «rosso in camice bianco» ed è un crescendo di incarichi e consensi elettorali. Lo aiutava una fibra fortissima. Il sindacato, la Fgci, consigliere comunale a Cagliari. Qui ha un punto di riferimento fisso in Andrea Raggio, Umberto Cardia e Licio Atzeni (il padre dello scrittore Sergio). Irrobustisce la formazione alla sezione Lenin di via Leopardi. Lunghi dibattiti con Francesco Macis che, al Senato, diventerà presidente della Giunta delle immunità. Feeling intellettuale col giornalista Giuseppe Podda. Consigliere regionale e assessore. Presidente dell'assemblea. Deputato. Riesce a volare alto sulle lotte intestine al Pci cagliaritano. Lettore assiduo di Antonio Gramsci (sul comodino è rimasto il libro di Luca Paulesu “Nino mi chiamo”) condivide il sogno di Enrico Berlinguer, crede nella «necessità, per l'Italia, di una unione tra forze cattoliche e di ispirazione marxista». In Sardegna ha rapporti - spesso tesi anziché no - con Pietro Soddu e Mario Melis. Nella rissosa politica sarda si ritaglia un ruolo di «tessitore», qualcuno lo definisce il «cardinale rosso». Né lui si risente: «Se la politica non sa mediare che cos'è? L'importante è tenere la barra dritta, senza cedere sui diritti fondamentali». L'articolo 18? «Può restare com'è scritto. Il problema dell'Italia è la mancata capacità produttiva non il contratto degli operai meno pagati in Europa».

Da presidente del Consiglio regionale Sanna riceve, all'aeroporto Nato di Decimomannu, Papa Wojtyla al quale (ottobre 1985) presenta «una Sardegna ricca di fede, volontà e tante energie creative». È Sanna (con Mario Melis presidente della Giunta) a votare per Francesco Cossiga al Quirinale («il presidente mi onorava di tante telefonate verso le sei del mattino per sapere come “buttava” in Sardegna»).

Studiava con metodo. Da presidente del Comitato sardo del paesaggio sapeva tutto sulle energie alternative. Denunciò «le incursioni corruttive dei signori con la valigetta campanile per campanile». Passato alla guida del Consorzio per la zona industriale del capoluogo (eterno feudo della borghesia compradora cagliaritana) ha fatto andare a regime il porto canale («cordone ombelicale della Sardegna col mondo»). Gli si rimproverava una sorta d’intesa coi poteri forti, anche col mondo dell'editoria. A un convegno: «Credo nel ruolo degli editori, non dei roditori che divorano fondi pubblici senza garantire il pluralismo dell'informazione».

Cittadino. Ma paesano nel cuore, «orgoglioso» di essere stato sindaco a Samugheo. Di aver dato la cittadinanza onoraria a Giovanni Lilliu e a Maria Lai («la nostra mamma-arte, tessitrice di sogni»).

Di aver innescato un meccanismo virtuoso nell'artigianato di «un paese del fare». Il giorno del suo malore avrebbe dovuto vendemmiare «con i miei paesani, starò a pranzo con loro, poi da Ettore per il libro su Apo. A dormire, come sempre, a casa».

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