Sulla terra leggeri, l’ironia e il disincanto di un poeta delle città

Sessant’anni fa nasceva a Capoterra lo scrittore e giornalista autore di romanzi diventati opere di culto

Se nel settembre del 1995 non fosse andato incontro a una fine tanto tragica quanto letteraria, risucchiato dal mare di Carloforte come Fleba il Fenicio degli amati versi di T.S.Eliot, oggi lo scrittore Sergio Atzeni compirebbe sessant'anni. Classe 1952, aveva trascorso a Cagliari gran parte della sua vita, pur con spostamenti nell'infanzia in varie località sarde - compresa Orgosolo, che ebbe un ruolo di rilievo nella sua definizione letteraria di una Sardegna-continente. A Cagliari fu studente, sessantottino, militante comunista (poi anarchico), giornalista pubblicista, operatore culturale, impiegato dell'Enel e sindacalista. Nel 1987 lasciò la Sardegna e da allora visse principalmente a Torino, dove si affermò come scrittore appartato e di sicuro talento, traduttore, consulente editoriale. Fu scoperto da Elvira Sellerio, che pubblicò i romanzi "Apologo del giudice bandito" (1986) e "Il figlio di Bakunìn" (1991), mentre per Mondadori uscì "Il quinto passo è l'addio" (1995). Appena prima dell'ultimo viaggio in Sardegna aveva inviato a Segrate il dattiloscritto di "Passavamo sulla terra leggeri"(1996), e aveva scritto alla Sellerio di aver chiuso un racconto che le avrebbe spedito presto: "Bellas Mariposas"(1996).

Per chi l'ha conosciuto leggendone i libri, ora disponibili nelle edizioni Sellerio, Il Maestrale, Ilisso, Condaghes, il ritratto di Atzeni sfuma in quello del protagonista de "Il quinto passo è l'addio", Ruggero Gunale. Un trentacinquenne disilluso, della generazione che ha creduto di cambiare il mondo e ne è stata invece cambiata, e che ricorda, senza ripiegamenti intimistici, la lotta di amore e odio con la città che infine abbandona.

Indossa delle vecchie Superga, ha uno zaino in spalla, e dal ponte di una nave Tirrenia, "bocca aperta alle mosche", guarda con "occhi umidi e impietriti la città che si allontana: la croce d'oro sulla cupola della cattedrale e attorno a corona digradando i palazzi color catarro dei nobili ispanici decaduti, circondati da bastioni pietrosi invalicabili a piede d'uomo, dove pendono chiome di capperi al vento, di un verde che ride".

Con Atzeni Cagliari è entrata di diritto nella geografia identitaria sarda e nell'atlante letterario italiano. Mai, prima di lui, uno scrittore ne aveva esaltato con tale slancio lirico, rabbia e passione la bellezza. Nessuno aveva elevato a poesia l'indolenza del cagliaritano, il gusto della beffa, l'ironia, la battuta pronta. Né dato dignità alla città come "alveare di voci", in cui, contro le tentazioni puriste, risuona la pluralità vitale del mondo. O esaltato l'apertura sul mare come simbolo di un nuovo modello identitario sardo, inclusivo e non esclusivo. Ambientazione privilegiata ma non esclusiva - le si affiancano il Sulcis, la Barbagia, la Marmilla, Arbarè -, "tutta la città non è che confine fra l'isola e il mondo".

Eppure Kar Ale - Cagliè - Cagliari -Casteddu non è una quinta scenografica di bellezza e armonia. La città è esplorata nella sua topografia sociale tutt'altro che pacificata, e in specie nelle contrapposizioni tra centro e periferie. Come nella Cagliè quattrocentesca il Castello dei nobili spagnoli si oppone ai quartieri popolari, così nel Novecento i palazzi borghesi si chiudono ai gaggi e grezzi di periferia, secondo un processo di esclusione simboleggiato dalle barriere, ben sorvegliate, che negli anni Settanta isolano lo stabilimento balneare del Lido dal resto della spiaggia. In più occasioni lo scrittore ribadì la propria appartenenza, ideologica più che effettiva, alla periferia di Is Mirrionis, San Michele, Santa Rennera. Vi abitò da bambino, in una casa popolare dell'Ina, la frequentò da ragazzo, e da quegli ambienti trasse ispirazione per alcune scene de "Il quinto passo" e per "Bellas Mariposas", nella consapevolezza che si può essere universali solo a partire da ciò che si conosce e si vive. Quando la Mariposa Cate mette in pausa il monologo e si rivolge in presa diretta a chi trascriverà la storia, qualificandolo come interno al mondo narrato ("mankai sias unu barabba de Santu Mikeli"), ciò che risalta non è una mera circostanza biografica, ma la rivendicazione di uno sguardo volontariamente dislocato, che assume la periferia come punto d'osservazione privilegiato sul mondo.

Negli anni Ottanta e Novanta la scrittura sperimentale di Atzeni, etica ed etnica, geocentrata e insieme globalizzata, scandita dai ritmi di trimpanus e launeddas come di samba sudamericane e di jazz, appariva ai margini della letteratura italiana mainstream, in cui prevaleva il postmoderno internazionalizzante di Eco, Tabucchi, Del Giudice, Baricco. In realtà lo scrittore, con grande consapevolezza storica e sensibilità al contesto 'glocale', giocava d'anticipo sui tempi; lo dimostra il successivo ritorno alle questioni identitarie segnato dal ciclone Camilleri, dal fenomeno delle scuole regionali di noir e dalla new wave sarda, o dal boom di scritture cosiddette migranti, che sfidano le categorie tradizionali di nazionalità.

Dalla scomparsa a oggi, la fama di Atzeni si è progressivamente consolidata. Mantiene la posizione di scrittore di nicchia in Italia, le sue opere sono tradotte all'estero, in specie in Francia, e in Sardegna è figura di culto, che attrae lettori, scrittori, intellettuali, studiosi, soprattutto giovani.

Tra le creazioni artistiche che traggono ispirazione dai suoi libri o che gli sono dedicate, e il cui numero è in crescita continua, l'adattamento cinematografico de "Il figlio di Bakunìn", diretto da Gianfranco Cabiddu nel 1997, e "Bellas mariposas" di Salvatore Mereu, appena realizzato. Come tutti i veri scrittori, Sergio Atzeni continua a vivere nella sua opera. Anche così, però, ci mancano il suo sguardo ironico, disincantato e curioso sulla realtà, la coerenza

intellettuale e il rigore dell'analisi di uno scrittore che raccontava con onestà e serietà, ma senza mai prendersi troppo sul serio.

Ci mancano le parole nuove e le storie che avrebbe creato, in tempi tanto difficili, per raccontarci chi siamo, e ancor di più chi vogliamo essere.

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