Postmoderno, game over La realtà si riprende il campo

Dopo mesi di dibattito, Mario De Caro e Maurizio Ferraris pubblicano una raccolta di saggi che fa il punto su una tendenza che continua a crescere

di Massimo Dell’Utri

Se di un libro colpisce il titolo, il più è fatto. È il caso dell'appena uscito “Bentornata realtà” (Einaudi), curato da Mario De Caro e Maurizio Ferraris. Colpisce perché è chiaro persino ai bambini che la realtà non va e viene a piacimento, come in certi film di fantascienza, e dunque è evidente che è altro ciò cui il titolo allude. A cosa? A una certa interpretazione della realtà: quella realista (come chiarisce il sottotitolo “Il nuovo realismo in discussione”), secondo cui la realtà che ci circonda possiede un'esistenza che è indipendente da noi esseri umani. Ovvio, si dirà: non è che il promontorio di Capocaccia esiste solo per il fatto che lo guardiamo o ci camminiamo sopra. Esiste in maniera indipendente da noi; anzi, da tutti gli esseri umani passati presenti e futuri. Semplicemente, è sempre stato lì. Ebbene, a dispetto del carattere ovvio di una simile idea, un'idea garantita da un fatto innegabile e sotto il controllo di tutti, questo è stato negato da un movimento di pensiero che, a partire perlomeno dalla metà del secolo scorso, ha goduto di una qualche egemonia culturale. Si tratta del postmodernismo, una sorta di antirealismo che a sua volta reagiva – guarda caso – contro il realismo dell'epoca, instaurando un andamento dialettico destinato probabilmente, come sottolineano i due curatori nell'introduzione, a dar luogo un giorno a una riproposizione dell'antirealismo sotto nuove vesti: nulla torna come prima, esattamente come sta capitando ora al realismo (ed ecco il perché della qualifica di "nuovo").

Il sottotitolo chiarisce anche che del nuovo realismo il lettore troverà una "discussione". Il libro raccoglie infatti dieci saggi di alcuni tra i massimi studiosi mondiali dell'argomento: oltre a quelli dei due curatori figurano i saggi di Akeel Bilgrami, Michele Di Francesco, Umberto Eco, Diego Marconi, Hilary Putnam, Massimo Recalcati, Carol Rovane e John Searle. Con l'eccezione dello psicoanalista lacaniano Recalcati, fautore di una forma di antirealismo, ciascun autore affronta e difende un certo aspetto del realismo, e tutti contribuiscono a elaborare quella che senza dubbio è la discussione più articolata, approfondita e critica rinvenibile nell'attuale panorama editoriale italiano. Soprattutto, è un'antologia che comunica il senso del mutamento culturale in atto, contrapponendosi idealmente a quella curata nel 1983 da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, “Il pensiero debole, la via italiana al postmoderno”. Ma per capire il senso di tale mutamento culturale dobbiamo tornare al postmodernismo.

Il termine ha origine nelle teorie dell'architettura degli anni Settanta, sfocia in arte, letteratura e, in seguito, in filosofia dove, sulla scia di Lyotard, viene inteso come opposizione a un concetto trascendente di verità e come celebrazione della «perdita della totalità e dando il benvenuto al molteplice, al frammentato, al polimorfo, all'instabile», come ci ricorda Eco. Perduto l'ancoraggio alla stabilità dei fatti, si diffonde il noto slogan di matrice nietzscheana «non esistono fatti, solo interpretazioni».Ecco la base su cui nascono convinzioni così controintuitive come quella che l'esistenza del promontorio di Capocaccia è dipendente da noi: lo è perché Capocaccia esiste nella misura in cui "noi" lo interpretiamo come qualcosa il cui contorno possiamo ammirare da lontano, o la cui terra possiamo calpestare, o nelle cui viscere possiamo entrare. Solo così per il postmodernista Capocaccia può diventare oggetto di conoscenza e di discorso – e, si noti, l'idea è che qualcosa diventa un tale oggetto solo se entra nel nostro orizzonte interpretativo dove, una volta entrato, la successione delle interpretazioni a cui è sottoponibile è pressoché infinita. Cosa possiamo ribattere dunque ai teorici del postmodernismo? Varie cose, ma la più schiacciante di tutte è che ci sono interpretazioni buone e interpretazioni cattive: non potremmo mai interpretare ad esempio Capocaccia come una pista di Formula 1, o come un luogo dove allevare orsi polari, o cose del genere, per quanti sforzi possiamo fare. E questo perché

nel nostro orizzonte interpretativo non possiamo introdurre quello che ci pare: lo vieta qualcosa su cui non abbiamo alcun potere. Lungi dall'essere infinite, le interpretazioni incontrano un limite nei fatti nudi e crudi esistenti in maniera autenticamente indipendente. Bentornata realtà!

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Come trasformare un libro in un bestseller