Fotografie, anzi tableaux vivant

Da due giovani artiste, nature morte che impongono una riflessione sulla caducità delle cose

Il duo QB realizza complessi tablaux vivant enigmatici, dilatati dal gioco ostentato di corpi offerti come nature morte in cui una sensualità sublimata lascia dietro di se un retrogusto caramelloso, la stessa sensazione di zucchero cristallizzato che si infrange sugli incisivi ed esplode in bocca, sciogliendosi sulla lingua.

L'affastellarsi di oggetti usurati e appesantiti dal tempo, tasselli di un racconto interrotto, ci guida verso un'epifania del desiderio dai risvolti barocchi; una commemorazione storica che attraversa secoli di scultura e pittura per poi scrollarsi di dosso tutto e riflettere in modo autonomo e personale sulla storia, l'estetica, la società.

Un traffico dell'immaginazione in cui si sfiorano inaspettatamente Graciela Iturbide e Lewis Carroll, Balthus e Bacon, Caravaggio e Floria Sigismondi, Tod Browning e Andrei Tarkovskij con un tocco finale di Baudelaire. Il racconto si gioca sul doppio. Il principio duale del contrasto e della conciliazione regge tutta la produzione di quartierino blatta che si muove sul dialogo speculare di realtà e finzione, soma e psiche, pittura e fotografia.

Anzi, Vita e fotografia, intrappolate in un senso di ri-flessione sulla caducità e transitorietà delle cose, delle vite.

L'occhio, lo specchio, l'obiettivo, la stampa: come nelle case degli specchi delle giostre di paese le possibilità identitarie si frantumano e moltiplicano in un prisma complicato.

Si resta bloccati in un enigma, quel dubbio di freudiana memoria "che un essere apparentemente animato sia vivo davvero e, viceversa, il dubbio che un oggetto privo di vita non sia per caso animato."

La riflessione temporale è a questo punto aperta, spalancata in un deflagrare di dimensioni. E a conferma del perturbante si mostra la maschera - apparizione del reale, non nascondimento ma rivelazione - che rende possibile il doppio, il gemello, il sosia come accentuazione di processi psichici ma con la compostezza di interni fiamminghi. La memoria filmica ci guiderebbe verso Cronenberg e Kubrick mentre più calzante è, forse, la vicinanza con l'inglese Janieta Eyre e la sua angoscia del doppio mancante, i suoi teatri di grazia e nostalgia e un pesante accumulo di vite passate, giogo di memorie cucite insieme dal desiderio.

Come direbbe Calvino, "la realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico, di gioia fuggita sull'ala del tempo, un carattere commemorativo", ma forse questa iperestesia emotiva, solitamente indice di patologica malinconia,

può essere il segno di una emersione, della conquista del quotidiano da parte del mondo underground, delle pulsioni nascoste, dei desideri taciuti.Perchè ha ragione la Sontag: fare fotografia significa partecipare della vulnerabilità e della mutabilità.

Tutto il resto è vanità.

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