«Ecco Dolmen, la mia nuova avventura»

Beppe Dettori, dopo l’addio ai Tazenda, debutta il 6 marzo al teatro Saint Michel di Bruxelles con la nuova formazione

di Walter Porcedda

Beppe Dettori nella vita si definisce un combattente. Uno che non si arrende. Anzi, le difficoltà sembrano esaltarlo e spingerlo ad osare. Di sicuro ama cambiare e ripartire ogni volta da zero. Chiusa da pochi mesi l’avventura dei Tazenda («è stata una esperienza bellissima» dice), formazione dove ha militato per sei anni come cantante, questo ultraquarantenne originario di Stintino è pronto a ricominciare. Con un nuovo progetto che ha il sapore di antico. Al quale ha dato per giunta un nome magico in grado di suscitare ricordi di tradizioni e leggende perse nel tempo. In musica sono le “roots”, cioè gli accordi e gli echi dei suoni dimenticati che stanno dentro il cuore stesso delle tradizioni delle genti europee (ma non solo quelle). Dolmen, così si chiama infatti la formazione con Mauro Mibelli, chitarra, Manuel Rossi Cabizza, piano, Raoul Moretti, arpa) diretta da questo effervescente e creativo cantante, ma anche compositore e strumentista, che intende mettere a contatto due grandi filoni, quelli della musica sarda e celtica. Originale ispirazione che connota una musica fortemente strumentale nel segno della sperimentazione dentro melodie antiche rivestite in maniera inedita. E dove anche la voce, diventata essa stessa strumento, sembra ritrovare la poesia e il magnetismo di suoni perduti e cancellati dalla memoria.

«Ci accomuna intanto unaforte passione proprio per le musiche antiche – racconta Dettori – da noi esplorate con il filtro del gusto e dell’esperienza personale. Il progetto è nato quasi per caso sulle radici di un lavoro, “104 corde” che Mauro Mibelli coltivava già da tempo assieme ad un’arpista. Ho sentito istintivamente che lì dentro c’era qualcosa che mi attraeva con forza. Mi sono così buttato sulla ricerca riscrivendo alcuni brani popolari. In questo modo è nato il repertorio dei Dolmen.

Ad esempio c’è una Corsicana che si lega ad una Habanera. In un classico della tradizione irlandese infiliamo una melodia portoghese e un inciso in francese. Questo perchè il nostro è una sorta di viaggio nell’universo del suono popolare dove è importante tenere anche conto dell’espressione vocale».

E alla base un rapporto tra musica sarda e celtica.

«C’è una forte attinenza tra queste due culture. Nel nord dell’isola ad esempio questa si rintraccia in un ballo, lo scottis. C’è una nostra traccia battezzata “Launeddas et cordas” dove all’inizio si ascolta un cappello di ballo campidanese, a cui segue una filastrocca siciliana.

Dopo queste si dipana una musica dai profumi celtici – ma in realtà è proprio lo “scottis” della Gallura – dove Mauro suonando il bouzuki evoca il ritmo e le melodie di quella parte d’Europa.

Questo per spiegare tutti i possibili rapporti che si rintracciano tra queste due musiche. Un elemento in più da sottolineare. Altrettanto e forse più stupefacenti sono quelli riguardanti il canto armonico. Cioè le relative analogie e i rapporti intercorrenti tra il canto sardo, a tenores, e quello mongolo edi Tuva. Identiche le finalità espressive. Anche lì riproducono i suoni della natura e dell’ambiente come fanno i tenores con il montone, il bue o l’agnellino che è la “mesu oghe”».

Insomma una ricerca dentro la musica popolare, fino a produrre una specie di crossover world.

«Dalla tradizione franco provenzale alla musica celtica sino alle tradizioni di Tuva. E chiaramente, alla base, c’è quella mediterranea, le nostre radici. Non a caso usiamo anche diverse lingue, non solo il sardo».

Ma lo scopo di questo progetto musicale è anche quello di promuovere la Sardegna fuori dal nostro territorio.

«La presenza nell’isola di oltre ottomila siti di interesse archeologico si scontra purtroppo con una quasi totale assenza di indotto turistico. Cosa c’entra la musica? La nostra ambizione è quella di sensibilizzare e far conoscere queste ricchezze spesso ignorate se non sconosciute. Ci piacerebbe che ricevessero almeno la metà delle visite annuali registrate a Stonehenge! Ma vorremmo anche aiutare a realizzare nuove ricerche, come quelle di una ipotetica città nuragica sepolta vicino Stintino»

Ed è anche per questo motivo quindi che "Dolmen", anche il titolo dello spettacolo, debutterà in prima assoluta il 6 marzo al teatro Saint Michel di Bruxelles alla presenza di operatori e direttori di altri spazi europei. Tutto questo poi troverà spazio in un disco?

«Il direttore del teatro belga si è innamorato del progetto e ci ha voluto a tutti i costi. E, soprattutto, ci sta aiutando a montare un tour. Lo spettacolo, con la regia di Daniele Petta, avrà in scena anche delle coreografie danzate e altri ospiti. Il 3 marzo a Fonni, avrà la sua anteprima davanti alla tomba dei giganti. Per quanto riguarda il disco o un dvd dello spettacolo, stiamo raccogliendo i brani. Il tutto ha un’anima progressive e jazz nel senso della sperimentazione. Ampia libertà espressiva e, alla base, dei canovacci. Musica di estrazione popolare a contatto con le nostre esperienze. Blues, jazz e rock più che la canzone d’autore».

Perchè e come è finita con i Tazenda?

«Una bellissima avventura che a un certo punto

si è interrotta per mancanza di entusiasmo. Se questo non esiste è la fine. Un gruppo lo concepisco in modo più attivo. Mi deprimo a fare un lavoro in modo seriale.

Posso sopportarlo solo se dietro c’è una grande forza di bene e amore. Se anche quella però viene a mancare...»

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