Sotto lo stagno i resti della capitale medievale della Sardegna

Il centro urbano distrutto nel 1258 dai pisani nel documentario di Antonio Rojch "Karalis e l'isola del mito", in onda su Rai3 Regione - VIDEO

Era un giorno di maggio del 1983, quando trovammo i resti della città sepolta di Santa Igia. Tutto era cominciato due mesi prima, con l'inizio delle esercitazioni di Storia Medievale che, in quell'Anno Accademico 1982-83, erano incentrate su Santa Igia, l'antica capitale del Giudicato di Cagliari.

Quello che sapevamo fino ad allora non era molto: i documenti medievali ne parlavano, ma senza darne una descrizione, senza localizzare il sito. Notizie e descrizioni si estrapolano da poche carte: nei patti della resa della città, contrattate nel 1258 fra i Pisani asserragliati a Castello e i Sardi alleati dei Genovesi insediati a Santa Igia, si parla di una città cinta di fossati e di mura, in cui si aprivano numerose porte, da cui partivano dunque diverse strade. Questo ci dice che era una città importante, fortificata e certamente munita di ponti levatoi. Vi erano edifici a più piani, compresi i palazzi del potere: quello della giudicessa Benedetta e dell'arcivescovo, mentre la citazione di medici fra i testimoni di atti pubblici ci fa pensare alla presenza di un ospedale, idea rafforzata da vaghi accenni ad un lazzaretto. Inoltre un elenco di chiese coi loro oggetti religiosi di corredo, ci parlava di una cattedrale consacrata a Santa Cecilia (da cui forse il nome della città: Santa Ilia-Santa Igia), una a santa Maria di Cluso e una a San Pietro dei pescatori, oggi ancora in piedi. Ma quanto era grande questa città e dove si trovava?

Le risposte a questa domanda si trovano negli scritti dell’Aleo (XVII secolo) e soprattutto nella “Guida della città di Cagliari” del canonico Spano, della fine dell'800, che parlavano di Santa Igia, perché ai loro tempi ancora si vedevano i resti della città e i suoi confini, che andavano dalla chiesa di San Pietro in viale Trieste, fino alle pendici del colle di San Michele da una parte e l'isoletta di San Simone dall'altra.

Ma come fare a trovare questa città ai nostri giorni? Una annotazione dello Spano ci diede l'indizio giusto: scriveva che i resti della cattedrale di santa Cecilia ai suoi tempi ancora emergevano in quello che lui chiamò «il vigneto Sepulveda». Nel Sommarione dell'antico catasto, all'Archivio di Stato di Cagliari, lo rintracciammo su una mappa e localizzammo la chiesa nell'attuale via Simeto. Vi ci recammo senza troppe illusioni e invece trovammo, fra il nuovissimo palazzo delle poste e una discarica di automobili, una valletta piena di pietre squadrate e rocchi di colonne. Angoli di palazzi uscivano dalla terra, tombe cappuccine e forme absidate parlavano di chiese e di cimiteri: avevamo trovato la città scomparsa.

Naturalmente ne informammo subito la Soprintendenza competente e chiedemmo invano che vincolasse l'area e cominciasse uno scavo. Riuscimmo a mobilitare autorità accademiche e politiche, stampa e opinione pubblica e organizzammo per il 3-4-5 novembre del 1983 un convegno interdisciplinare, i cui atti furono pubblicati nel 1986 in un volume dal titolo Santa Igia capitale giudicale.

Ma già nel gennaio del 1984 scoprimmo che proprio vicino all'area da noi individuata sarebbe passata una strada, che avrebbe dovuto collegare la città col costruendo Porto franco, mai finito e caduto oggi nell'oblio. Fu così che cominciò una battaglia per conservare quell'area, che piano piano si andava degradando. In accordo con il Casic che costruiva la strada, furono fatti degli scavi archeologici che misero in luce parte della città romana e altomedievale, ma nulla di quello che fu trovato è mai stato pubblicato. Gli scavi furono coperti e la strada sopraelevata fu costruita.

Da allora la storia del sito ha conosciuto solo un lungo degrado, nonostante il nostro impegno: un convegno nel 1993 dal titolo "Santa Igia 10 anni dopo " e un altro nel 2003 "Judicalia. Una giornata dedicata alla vita quotidiana in una città giudicale: Santa Igia 20 anni dopo" – di cui furono pubblicati gli atti – e nonostante nel marzo del 2004 fosse stato presentato, unitamente al Rettore dell'Università e all'Assessore Comunale alla Cultura, il progetto di un Museo Virtuale sulla città giudicale di Santa Igia. Ancora una volta promesse, speranze, scritti, conferenze, convegni, ma niente di fatto.

Nel tempo si è unita alla battaglia l'Associazione culturale Sa Illetta, guidata da Idimo Corte, che da alcuni anni svolge diverse attività per la salvaguardia dell'Isoletta di San Simone, sia organizzando visite guidate, che conferenze, seminari ed altre iniziative culturali, compresa la pubblicazione del libro, curato da Roberto Coroneo, "Cagliari tra terra e laguna: la storia di lunga durata di San Simone".

C'è di più: domenica andrà in onda su Rai3 il documentario di Antonio Rojch "Karalis e l'isola del mito" sull'isoletta di San Simone dall'età dei Fenici, a Santa

Igia e ai nostri giorni. Per dire ancora una volta che, nella difesa di quel territorio e della città perduta, forse abbiamo perso qualche battaglia, ma la guerra contro l'indifferenza e il degrado non abbiamo intenzione nè di smetterla, né di perderla.

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