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Alla conquista del mondo senza mai scordare le origini

Da una ventina d’anni in America ma con la Sardegna sempre nel cuore

di Antonio Mannu

NEW YORK

«È da quando sono negli Stati Uniti, o comunque da quando sono andata via dalla Sardegna, che mi sono resa conto, per davvero, di esser sarda. Saranno pure luoghi comuni e ognuno è libero di dire ciò che vuole, ma penso che in effetti ci siano dei tratti caratteristici che, più o meno, in un certo modo ci accomunano». Maria Grazia Basciu è nata a Senorbì nel 1968. Vive a New York da 17 anni e sin da bambina ha sognato l'America. «Sì, noi sardi siamo individualisti e poco inclini all'unità di intenti. Siamo testardi, questo lo sanno anche i sassi e in generale siamo patriottici, se per patria si intende la Sardegna. E infine, e per me è il nostro grande difetto, siamo vittimisti».

Spokane. Maria Grazia arriva negli Stati Uniti a 27 anni. La prima tappa è Spokane, una città di circa 200.000 abitanti nello stato di Washington. Trascorre 3 mesi con una coppia con due figlie gemelle di due anni e mezzo, Jessica Ann e Savannah Marie. Vitto, alloggio e una paghetta in cambio di un aiuto per seguire le bambine. Nel frattempo impara un po' di inglese. Dopo 3 mesi rientra a casa, ma l'intenzione è quella di tornare al più presto negli Stati Uniti. «Sono partita per la Sardegna con il biglietto di ritorno già fatto, avevo infatti deciso di provare a vivere qui. L'America l'ho sempre avuta in testa: la vedevo nei film, la percepivo come il paese in cui tutto era più grande, più bello, dove tutti sembravano più liberi. Un po' banalmente, forse, per me il sogno americano era una realtà».

Primo lavoro. Dopo un paio di settimane in Sardegna, trascorse a vendere mobili e a liberare un appartamento in affitto, a ottobre del 1995 Maria Grazia torna a Spokane. Da quel momento, resta negli Stati Uniti. Nella città dello stato di Washington trascorre due anni. Al principio continua ad occuparsi delle bambine poi, una volta ottenuto il permesso di lavoro, comincia a lavorare in un ristorante di proprietà di Janice e Dennis, i genitori delle gemelline. «Il mio inglese era ancora primitivo e non ero esattamente una perfetta cameriera. Diciamo che ne ho combinate di tutti i colori ma, con un po' di creatività, aiutata da un'innata faccia tosta me la son cavata».

Negozio. Ma una città come Spokane e una situazione stabile, poco aperta ai cambiamenti, non era esattamente la sua idea del sogno americano. Quando decide di averne abbastanza, cerca un lavoro, uno qualsiasi, a Seattle, a 4 ore di macchina da Spokane. Lo trova in un negozio di abbigliamento di una catena, la Jaeger e lascia, seppure a malincuore, la "sua famiglia" e le "sue bambine". Dopo 6 mesi, la Jaeger le propone di trasferirsi a New York. Accetta subito, perché la grande città era il luogo dei desideri sin dal principio. Spokane e poi Seattle erano state tappe di avvicinamento, non se l'era sentita di tentare da subito l'avventura nella metropoli. Ora però era pronta.

Trasferimento. «Sono arrivata qui e mi son sentita a casa. Questa è una città viva, sempre in movimento, a qualsiasi ora del giorno e della notte, che ti prende e ti avvolge, ma devi riuscire a reggerne il ritmo. Perché è un luogo che richiede energia, che però la restituisce: è con quella che si va avanti. Non è un posto per tutti, anche se è vivibile e accogliente. Ed è un luogo che non ti fa sentire straniera. A Seattle e a Spokane, per quanto sia sempre stata trattata e accolta benissimo, non ho mai avuto la sensazione di essere a casa, mi sentivo ospite in un paese che non era il mio. Qui è diverso, perché c'è gente di tutto il mondo. Li ero la ragazza italiana, qui sono italiana ma non sono straniera. Perché a New York ognuno ha la sua nazionalità, le sue origini. Conosco persone di terza generazione, che non parlano la lingua del paese di provenienza, che non sono più italiani, ma che ancora si definiscono italiani e, allo stesso tempo, americani».

Immobiliare. Dopo aver lavorato per 2 anni con la Jaeger e per Emporio Armani, Maria Grazia decide di cambiare, perché nel mondo della vendita al dettaglio si lavora sempre senza pause «e io volevo il mio tempo libero». Cambia settore e va a lavorare per una compagnia di telefonia. Poi un'amica iraniana le parla di un suo conoscente, proprietario di una compagnia immobiliare, che cerca un'assistente. «Secondo lei ero la persona adatta perché avevo carattere. Ho fatto un colloquio e per 7 anni ho lavorato con questa società. Ora ho chiuso anche con loro e, per il momento, mi sto guardando intorno. È anche possibile che possa cambiar paese».

L’isola. A tornare in Sardegna ci hai mai pensato? «Stabilmente direi di no, anche se per me la casa è sempre sull'isola, dove torno almeno due volte all'anno. Qui spesso mi prendono in giro perché parlo così tanto della Sardegna che non si capisce perché non sia rimasta li. Ma la Sardegna, quando ci vado, me la godo davvero. Non lavoro, non ho a che fare con la quotidianità, la vivo come un paradiso. In aereo chiedo sempre un posto vicino al finestrino, perché ogni volta e come se stessi tornando per la prima volta: appena vedo la costa dell'isola, non posso farci niente, mi emoziono».

Il paese. E Senorbì? «Senorbì è carina, a modo suo accogliente, e ha la fortuna di essere abbastanza vicina a Cagliari ma allo stesso tempo sufficientemente distante. Per cui è un paese, uno dei pochi in Sardegna, che cresce invece di spopolarsi. Dai paesi vicini molti si trasferiscon perché ci sono le Poste, le scuole, le banche, i servizi.

Per me è il luogo in cui son nata e cresciuta, il posto dove ho ancora i miei amici di infanzia, persone che conosco da una vita e che ogni volta mi fa gran piacere incontrare. Mi bastano un paio d'ore per essere una del paese ed è come se il tempo e la distanza non ci siano mai stati».

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