Francesco Menzio, una pittura di luci e colori

Presentato ieri il lavoro di ricerca promosso dal Fai sul pittore nato a Tempio nel 1899

di Sebastiano Deppeu

TEMPIO. Ha iniziato a dipingere a soli otto anni. Ma, per Francesco Menzio, l'esordio pubblico è avvenuto negli anni Venti. Il pittore, nato a Tempio nel 1899, ha sempre vissuto fuori dall'Isola. Ma, sicuramente, il cielo di Tempio e della Gallura, assieme ai suoi profumi, hanno contribuito alla sua formazione. Ieri, nel secondo capoluogo gallurese, è stato presentato il lavoro della ricercatrice Micaela Deiana che ha vinto il bando per progetti di ricerca nell’ambito della storia dell’arte contemporanea, promosso dal Fai (delegazione di Sassari) e dal Comune di Tempio. Dalle parole della giovane studiosa e della figlia Eva è emerso un ritratto dell'artista sardo.

«Non sempre l'uomo e l'artista coincidono - racconta Eva Menzio - nel caso di mio padre, invece, l'uomo ha coinciso con la sua opera. Era buono e giusto. Nato a Tempio, per caso. Ma legato alla sua luce meravigliosa».

La ricerca, nel titolo, vuole citare la recensione di Giacomo Debenedetti in occasione della mostra Exposition d’Artistes Italiens Contemporaines al Musée Rath di Ginevra (febbraio 1927): “La gioia di colorire è ancora gioia di decorare”, con cui il critico sintetizza il fare artistico di Menzio.

«Tutto il suo percorso è segnato - spiega la Deiana - dalla volontà di restituire sulla tela l'emozione suscitata dalla realtà».

Il suo lavoro parte dalla formazione nella Torino di Lionello Venturi e Riccardo Gualino, si ricostruiscono le prime esperienze sotto l'ala protettrice di Felice Casorati.Nel 1923 espone, per la prima volta, alla Galleria Pesaro di Milano. Nel 1928 partecipa alla Biennale di Venezia. Con il soggiorno a Parigi, lo stesso anno si entra nella breve ma intensa esperienza legata al gruppo dei Sei Pittori di Torino (Enrico Paulucci, Gigi Chessa, Carlo Levi, Nicola Galante e Jessie Boswel), a cui segue il percorso individuale nel controverso clima del regime fascista, con le numerose partecipazioni alla

Quadriennale di Roma e alla Biennale di Venezia.

Il dopoguerra lo vede pittore e insegnante all'Accademia Albertina di Torino. Menzio aveva un micromondo tutto suo, come ricorda la figlia: «lo studio, dove non potevamo entrare se non invitati. Un posto magico per lui e per noi».

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