Cianuro e cromo in mare: non ci fu dolo

Dopo 7 anni l’accusa di disastro ecologico diventa colposa. Verso la prescrizione Il processo per i manager della chimica

SASSARI. Cadmio, mercurio, cromo, rame, cianuri e solventi furono scaricati nelle acque di Porto Torres, tra i suoi pesci, non con una piena intenzionalità, ma per colpa. Fino al 2005, forse al 2006, all’ex petrolchimico probabilmente ci fu una sequenza di violazioni delle regole poste a tutela dell’ambiente, certo. E con conseguenze nefaste, insanabili. Ma non causate dalla volontà di chi doveva evitarlo, dal dolo di chi ha causato quegli sversamenti.

Atto secondo nel processo sui cosiddetti veleni di Porto Torres: la Procura fa un passo indietro rispetto ai reati contestati nella prima inchiesta ai quattro indagati, rispedita al mittente dalla corte d’assise il 9 luglio 2012, che annullò il decreto di rinvio a giudizio perché ipotizzava un reato più grave rispetto a quello inizialmente attribuito. Una violazione - sostennero i legali - dei diritti di difesa.

E ora la magistratura ha fatto una scelta, ha contestato le ipotesi di disastro e avvelenamento colposi ai manager di Syndial Spa (Gruppo Eni) Gianfranco Righi, di Sasol Guido Safran, e di Ineos Vinyls Italia, Diego Carmello e il direttore di stabilimento Francesco Maria Appeddu. Si ritorna alla prima ipotesi di reato formulata dal pm Michele Incani nel lontano 2008, poi da lui cambiata in corso d’opera, con la conseguenza di una bocciatura da parte dei giudici del dibattimento.

Dopo quella decisione che fece regredire il processo allo stadio della chiusura delle indagini preliminari, la Procura ha dovuto comunicare agli interessati di nuovo l’atto di chiusura dell’inchiesta. L’attuale titolare del fascicolo, Paolo Piras, che ha ereditato l’inchiesta di Incani andato alla Procura generale di Cagliari, sceglie dunque di contestare un reato meno grave ma comune agli altri processi per violazioni ambientali, da Porto Marghera in giù. Quella sui “veleni di Porto Torres” era stata la prima volta, in Italia, in cui gli imputati erano accusati di inquinamento “doloso”. La differenza tra le due ipotesi non sta solo in una diversa rappresentazione dell’elemento psicologico, cioè di quello che avevano in testa i dirigenti mentre le loro aziende inquinavano il golfo. Riguarda la distanza tra una pena di 3 anni e una che sale fino 15 anni di reclusione. È la differenza, per essere chiari, fra un processo destinato forse alla prescrizione ancora prima della sentenza d’Appello, e uno che - in caso di condanna - avrebbe portato gli imputati a scontare il carcere. Sempreché l’impianto non si fosse rivelato sbagliato, dal punto di vista giuridico.

La nuova imputazione di Piras, firmata anche dal procuratore Roberto Saieva, accusa i manager di aver scaricato i reflui industriali attraverso la rete fognaria del petrolchimico poi dismesso, con modalità precise. E cioè collegando gli scarichi degli impianti produttivi con quelli di raffreddamento, come sarebbe stato dimostrato dalla presenza di sostanze inquinanti appartenenti a diverse linee di produzione da quelle a cui gli scarichi erano collegati, usando invece un canale unico. Che avrebbe condotto tra i flutti di La Marinella sostanze cangerogene e pericolose per l’ambiente acquatico: idrocarburi pesanti in grado di «alterare in modo permanente - scrivono i magistrati - la flora e la fauna marina e non potendo essere oggetto di risanamento». Danni pesanti, assicurano i consulenti della Procura, la cui valutazione però spetta a un tribunale.

Chiusa l’inchiesta, il pm dovrà esercitare l’azione penale e chiedere il processo al giudice dell’udienza preliminare. A quel punto, in caso di accoglimento, il gup disporrà il dibattimento, stavolta davanti al giudice monocratico, non alla corte d’assise competente sulla vecchia ipotesi di disastro e avvelenamento dolosi. Ma è chiaro come i difensori degli indagati, i penalisti Agostinangelo Marras, Carlo Federico Grosso, Pietro Arru, Mario Brusa, Fulvio Simoni, stiano già facendo i conti per capire quando scatterà la prescrizione.

Il calcolo è agevole per quanto riguarda le sette contravvenzioni nel capo d’accusa: violazioni di norme varie che si estinguono al massimo in cinque anni. Resta il dubbio sulle due accuse più gravi, i reati di avvelenamento e disastro colposi. Quest’ultimo potrebbe avere “vita” più lunga, forse fino a 15 anni a partire dalla data dei fatti, 2005. Ma non è scontato.

Il peccato originale dell’inchiesta risale alla modifica del capo d’imputazione che l’allora titolare fece tra la chiusura dell’inchiesta e l’udienza preliminare. Per dare l’idea «è come se mi presentassi dal giudice sapendo di dover rispondere di omicidio colposo e invece mi accusano di omicidio volontario», era stata l’efficace

esempio dell’avvocato Marras. All’udienza preliminare (2009-2011), il gup rigettò la richiesta di annullare tutto poi, invece, accolta nel 2012 dalla corte d’assise. La Procura non ha impugnato quell’ordinanza: di fatto, ne ha ammesso la correttezza .

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