Le verità di Sancho e Don Chisciotte

Festival della filosofia. L’essere nel mondo tra realtà e finzione al centro delle relazioni di Maurizio Ferraris e Remo Bodei

CAGLIARI. Dove porta l'avventura di esser sé nel mondo, divisi tra realtà dei fatti e finzioni letterarie e virtuali? La seconda giornata del Festival della Filosofia dedicato alle suggestioni del Peer Gynt entra nelle profondità dell'io e del suo essere nel mondo, grazie alla pratica del dialogo filosofico. Che ha visto alternarsi la mattina di ieri Maurizio Ferraris e Achille Varzi sul tema “Fatti e finzioni versus poesia e verità” e nel pomeriggio Remo Bodei e Antonio Delogu dibattere dell'Ultimo elefante. Poesia e verità, Ferraris e Varzi hanno ripreso dieci anni dopo un dialogo che li aveva visti protagonisti, l'uno a difendere la metafisica, l'altro la realtà materiale e ontologica nei personaggi di George Berkeley. «Cosa distingue questi personaggi invecchiati? – ha detto Ferraris – Allora non era chiaro il dibattito che si è imposto sul realismo: un'idea per cui il reale dà fastidio. Abbiamo nella testa un progetto, un'idea e il reale è qualcosa che ci resiste, un'immagine negativa, depressiva. Ma la realtà non è negatività. Il reale, resistendoci ci offre possibilità, quindi è anche risorsa positiva».

L'intervento di Bodei prende spunto dal quinto episodio di Peer Gynt che nel suo peregrinare volendo elevarsi molto sopra di sé finisce in manicomio e fa naufragio. Ma il suo compito è diventare se stesso, lui un vagabondo, inconcludente vuole puntare verso l'alto ma il fonditore di bottoni gli dice che deve rifarsi daccapo. Cioè per essere se stessi bisogna rinunciare a sé.

E qui Bodei cita Mauriac che quando gli chiesero cosa avrebbe voluto essere se non fosse stato il grande scrittore che era rispose “Me stesso ma riuscito”. Cosa significa dunque essere se stessi? Trarre da se quello che abbiamo dentro? O piuttosto io credo che l'io è la costruzione di un cantiere sempre aperto che continuamente si rinnova. Essere se stessi è qualcosa a cui si aspira, sgomitolare se stessi come diceva Gramsci.

«Attraversiamo un mondo già fatto, pieno di modelli, reali o immaginari. Attraverso la poesia, la letteratura, la Tv o Internet veniamo a contatto con mille personaggi, un repertorio di vite possibili, tanto che già Madame de Stael poteva dire che ogni esperienza sembra essere già nota. Allora siccome a me interessa il posto dell'arte e della poesia io credo che esse rappresentino non un'utopia ma un'atopia che non ha luogo, è inclassificabile e non è una fotocopia della realtà, non un'immaginazione compensativa e banale ma creativa, che immagina, riformula il mondo e mi fa andare avanti. C'è un se che dobbiamo incontrare e che non vediamo, mentre un io superficiale ci guida quotidianamente c'è un io nascosto che orienta i nostri sogni, qualcosa di più profondo nella coscienza.

Don Chisciotte voleva una vita diversa ed è impazzito, poi rinsavisce e diventa il buono. Ma Cervantes vuol dire che tra la follia di Don Chisciotte e la banalità di Sancho bisogna trovare una strada intermedia. La verità effettuale non è il mondo così

com'è ma vederlo come processo nel quale ci si può introdurre per capirlo e modificarlo. E la poesia, il teatro la letteratura aiutano a dare spessore e senso. Se non avessi l'esperienza loro sarei avvizzito, mentre loro mi rendono espanso. Expansia anima magna, espanso alle cose grandi».

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