Spaccone e griffato, attrazione turistica come i murales

Grazianeddu “incluso” nel pacchetto di offerte ai visitatori Tra i compaesani c’è chi crede all’ipotesi del complotto

INVIATO A ORGOSOLO. «Mesina lo volete?». È la frase rivolta ai turisti che prenotavano un’escursione o il classico pranzo con i pastori del Supramonte: un po’ tutte le società che offrono servizi turistici a Orgosolo potevano includere nel “pacchetto” anche un incontro con l’ex Primula Rossa della Barbagia. Il costo? Si parla di un extra di almeno 500 euro, forse in nero, visto che difficilmente avrebbe potuto fatturarli l’agenzia «11 mori», attiva sul fronte turistico e immobiliare, da lui fondata nel 2007. La società, con sede a Padova, si è sciolta come neve al sole due anni fa, con l’arresto di uno dei soci di Mesina, l’ex guardia carceraria Raniero Erbì: deve finire di scontare una condanna a sette anni e otto mesi per spaccio di droga e per aver aiutato a evadere dal carcere nientemeno che Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta.

Da quando è tornato a Orgosolo come uomo libero Mesina ha messo a frutto la propria notorietà e ne ha tratto profitto, diventando in breve un’attrattiva turistica al pari dei murales. Anzi, ha sfruttato in pieno la fascinazione del “paese dei banditi”, mito alimentato soprattutto dalle sue gesta, diventando testimonial di se stesso. Per questo non ha stupito, se non per eccentricità ed eccesso di boria, vederlo girare in Cayenne, un’auto comprata usata certo, ma pur sempre una Porsche. Né l’orologio da polso impossibile da non notare, un pataccone da 45 millimetri del valore di diverse migliaia di euro: un Montblanc a fasi lunari, regalo, diceva, di un ammiratore. O le camicie in tessuto pregiato con le iniziali G.M. in un polsino, dono di un amico stilista.

Insomma, quel tenore di vita appariva ai più, se non del tutto giustificato, sufficientemente in linea con la sua nuova attività di autopromoter turistico. Escursioni con comitive o per soli vip, comparsate in tv o in manifestazioni gli hanno sicuramente garantito buone entrate, o quantomeno sono riuscite a confondere le acque sul suo arricchimento grazie al traffico di droga, come ipotizza l’inchiesta che lo ha portato in carcere.

Ma Mesina è sempre stato votato all’eccesso, e ha amato follemente il danaro, nonostante la leggenda del bandito per necessità. Lo aveva capito, sin dal giorno della sua cattura, quel grande scrittore e giornalista che è stato Peppino Fiori: «Da quel mattino di fine marzo del 1968 – scriveva nel 1985 – l’idea che mi sono fatto di Mesina, rafforzata in seguito, è d’un malfattore equivoco, di minimo orgoglio e di vanità massima, totalmente scisso dall’immagine epica che noi dei giornali e della tv ne avevamo una volta costruito». A questo proposito il giornalista raccontava come Mesina, appreso che Carlo Lizzani doveva dirigere un film tratto dal suo libro “La società del malessere”, gli disse: «Fate una pellicola su di me, e a me niente soldi?». Richiesta che fu reiterata più volte durante la latitanza del 1976, seguita all’evasione dal carcere di Lecce. E sempre a proposito di quella latitanza, la sua avidità lo portava ad essere preso in giro dai suoi stessi complici, personaggi come Francis Turatello o Angelo Epaminonda, detto il Tebano, i padroni della “Milano da bere” dove la cocaina era già una realtà. Erano anni in cui Mesina aveva smesso di indossare gli abiti “identitari” che avrebbe poi ripescato in seguito: si vestiva secondo la moda degli anni Settanta, ma non disdegnava eleganti abiti in gessato, nascondeva la sua identità e soprattutto la calvizie con un parrucchino. Una volta, in una bisca, durante una rapina che aveva il solo scopo di danneggiare la concorrenza, Mesina voleva arraffare il più possibile, a cominciare dalle pellicce delle ricche signore presenti. Turatello lo redarguì, rammentandogli che non erano «volgari rapinatori» ma criminali di un certo livello. Quanto alla droga, Mesina era già stato accusato di traffico di eroina, durante la semilibertà nel 1991, ma poi era stato assolto.

Eppure questo pedigree non ha impedito che attorno a Grazianeddu negli ultimi anni si sia creato un clima di simpatia, se non addirittura di stima. Del resto con quarant’anni passati in prigione aveva dimostrato di aver pagato il proprio debito con la giustizia molto più della media nazionale dei malfattori di qualsiasi specie. Pateticamente griffato, imbolsito, il settantenne ex bandito ha collezionato frequentazioni importanti, firmato autografi, posato per foto ricordo. È accaduto soprattutto fuori dal paese, perché gli orgolesi, che la sanno lunga, hanno mantenuto un sostanziale distacco: cordialità ma anche la giusta distanza. Non a caso le persone arrestate a Orgosolo sono per metà suoi parenti stretti. Nonostante ciò, a mezza voce peraltro, la teoria del complotto fa proseliti. E fa riferimento all’arresto che avviene all’indomani delle dichiarazioni sul sequestro di Farouk Kassam («senza il mio intervento il bambino non sarebbe stato liberato», ha detto al festival “èStoria” di Gorizia) anche se erano note da tempo. Ma c’è anche chi, come Gian Marco Chiocci del Giornale, scrive che nell’accusa qualcosa «non torna» e rivela che con Mesina aveva cominciato a lavorare a un libro con verità sconvolgenti. Una rilettura delle lapidarie definizioni di Peppino Fiori potrebbe aiutare a ridimensionare la fonte.

E le istituzioni cosa dicono? Il sindaco Dionigi Deledda è un vecchio fan di Grazianeddu, lo è da quando si prodigò per acquistare la sua casa natale con fondi europei e farne un museo del banditismo (progetto poi rientrato, l’acquisto invece si concluse). «Prima di sputare sentenze

aspettiamo», dice. Ma non crede di aver dato troppo credito a Mesina, si sente tradito? «Noi diamo credito a tutti, non siamo giustizialisti. Per adesso non facciamo fughe in avanti». Già, le fughe, l’unica specialità in cui Grazianeddu si è fatto valere.

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