La Maddalena, isola che nutre infiniti silenzi

Il libro di Antonella Anedda sull’arcipelago La visita al luogo dove è sepolto Volonté

ANTONELLA ANEDDA. Per non pensare troppo a quello che già nel Settecento Salvatore Murenu chiamava su Istatu de Sardigna, cioè lo stato di abbandono e sfruttamento della Sardegna, prendo un autobus e vado a trovare Gian Maria Volonté al cimitero dove è sepolto. Il cimitero è appena fuori del paese, sulla strada panoramica che porta alle spiagge. Non troppo distanti sorgono delle villette con vista sul golfo, cancelli e statue di cani. Non è panoramico come quelli in Corsica e neppure ornato da fiori di ceramica come quelli in Provenza, ma è abbastanza in alto da imbarcare il vento e mostrare le case, le baie, il porto. Le tombe sono dignitose, quasi tutte con fiori freschi, e i vialetti curati. Le foto più antiche, color seppia, sono dentro a dei clipei. Come tutti, leggo le date e immagino le vite a partire da quello che resta: il luogo di nascita e morte, il viso nel ritratto. Le foto in realtà non sono antichissime e soprattutto chissà se corrispondono al corpo sepolto. Durante il trasferimento dal vecchio cimitero, che era vicino all'attuale via Roma, molti morti si persero (ammesso che si possa usare questo verbo). Per molti anni dal terreno del vecchio cimitero continuarono ad affiorare ossa e perfino crani di sconosciuti.

Se il dolore di non sapere dove si trova una persona cara è comprensibile, per quanto mi riguarda l'immagine di quelle ossa mischiate non mi disturba, anzi mi dà pace. Dopo le ossa si mescolerà la polvere, la polvere si mescolerà alla terra e saremo in compagnia di quei lombrichi tanto amati da Darwin, che silenziosamente livellano i terreni. A differenza della tomba l'ossario dice la verità e forse basterebbero degli elenchi di nomi non diversamente dagli elenchi dei caduti in guerra, cosa che tutti gli esseri umani, in realtà, sono. Altrimenti con questa ossessione dell'oblio si assiste per forza a delle ingiustizie postume. I resti dell'eroe Domenico Millelire, per esempio, non vennero individuati.

A volte sull'autobus che porta alle spiagge si incontra qualche signora di mezza età diretta "in camposanto", come dice all'autista dopo averlo salutato. In genere, ma non sempre, è vestita di scuro, i capelli con la messa in piega, un ventaglio in mano se fa caldo. Scrivo di mezza età come se la cosa non mi riguardasse e invece non sono molti gli anni che ci separano. Mi chiedo sempre più spesso se questo dover sembrare più giovani non sia una delle tante tagliole disseminate nella vita. Un dovere in più, una fatica alla quale paradossalmente è sempre più difficile sottrarsi. La signora che sale oggi non è vestita di nero, anzi, ha una giacchetta lillà con una lieve trasparenza sulle braccia robuste. A parte questi dettagli moderni è lo stesso tipo di signora tra i cinquanta e i sessanta che incontravo a Cagliari, da piccola, e che in chiesa metteva ancora un velo di pizzo nero, più o meno ricco a seconda del ceto, ma era comunque ai miei occhi un'unica persona soggetta a minime oscillazioni di casta. Quando la ritrovo, sotto diverse spoglie, in lei vedo mia madre, mia nonna e numerose zie fuse in un'unica icona che venero segretamente, assaporandone l'accento e la solitudine, immaginando la casa, i riti della cucina e dei gerani innaffiati al mattino presto.

La tomba di Volonté è, dando le spalle al cancello del cimitero, appena entrati sulla sinistra. Non ha la croce ma un sasso che potrebbe ricordare la forma a fiamma pietrificata dell'isola, e su cui sono incisi i versi finali del “Cimitero marino” di Paul Valéry: «Le vent se lève... Il faut tenter de vivre». Ai piedi del sasso c'è una sigaretta, «perché» spiega un uomo lì vicino, «amava fumare». I dettagli – la sigaretta bianca ai piedi del sasso grigio, le poche piante (grasse) che lo circondano – mi sembrano in sintonia con l'immagine di questo attore che ha prestato il viso a Giordano Bruno e che ha amato quest'isola tanto da voler essere seppellito qui. Forse, la

Sardegna cura omeopaticamente i diffidenti, i delusi, i silenziosi. È un campus perfetto di autismo. La sua attrazione è anche un pericolo, può nutrire il rancore se non si prendono le distanze, farlo crescere e solidificarsi rosso scuro come i coralli.

© 2013, Gius. Laterza & Figli

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